“Allora Bellina, ti passo a prendere più tardi?”
“Sono venuta in ufficio in macchina perché devo andare da un cliente stamattina. Ti raggiungo io, dimmi dove…”
“Ti va di venire in ufficio da me? Se così si può definire.”
“Hai un ufficio?” gli ho chiesto sorpresa.
“Non esattamente. Mi sono ricavato uno spazio nello studio di architettura di un mio amico in Brera. Ti mando la posizione da Whatsapp. E’ una piccola stanza, ma c’è tutto ciò che mi occorre per lavorare. Dai, vieni qui! Voglio farti vedere un po’ di cose.”
“Va bene. Non prima delle 19.30 però…è troppo tardi?”
“Tardi? Lavoro sempre fino a notte fonda. Se ti va poi possiamo uscire a cena.”
“Addirittura…” ho ribattuto con sarcasmo.
“Streghetta…sei un po’ sulle tue oggi…”
“Non è vero.” gli ho risposto, sapendo di mentire.
“Sì, sei un po’ sulle tue. Devi farmela pagare.” ha continuato. “Ti difendi da me.”
“E’ il minimo.” ho confessato.
“Come darti torto. Mi farò perdonare.”
“Vedremo…a dopo, Ste. Ti scrivo quando sto per avviarmi.”
“Buona giornata Bellina.”

Ogni volta che mi sforzavo di mantenere le distanze da lui sentivo il cuore stringersi, in segno di ribellione. Ma dove vuoi andare? Chi vuoi prendere in giro?
Avevo la chiara e netta sensazione che mi parlasse e non c’era modo di smentirlo. Perché il cuore, mica lo puoi ingannare. Mi sono portata la mano al petto per cercare di rassicurarlo, ho fatto un respiro profondo e ho preso in mano la cornetta del telefono.

“Ci vediamo giù tra un’ora? Andiamo con la mia macchina. Porta il pc, salva tutto sulla chiavetta, sul desktop, ovunque! Mi raccomando.”
“Certo, Isa. Ci penso io, non ti preoccupare.”
“Ho riattaccato sorridendo e mi sono abbandonata a quella ritrovata energia, che finalmente mi permetteva di lavorare come non succedeva da tempo, nonostante dovessi ammettere che sentivo di non essere pienamente lucida.

Invece di prepararmi per l’incontro, come ero solita fare, ho preso tra le mani un libro che mi aveva prestato una mia amica. Si trattava di una raccolta di saggi brevi su diversi temi. L’ho aperto a metà e sono rimasta colpita dall’illustrazione di un surfista che cercava di tenersi in equilibrio sulla tavola. A differenza di quanto si potrebbe pensare però, il suo sguardo non era rivolto di fronte a sé. Osservava l’onda, aspettando che si scagliasse su di lui, o almeno questo era ciò che mi trasmettevano i suoi occhi e la posizione del suo corpo. Accanto a questa immagine c’era alcune parole.

In attesa. In attesa che il tempo passi. Aspettando di rivederti per correrti incontro e riabbracciarti.
In attesa di scambiarci di nuovo un sorriso, un sospiro e un sogno.
Sono qui che ti aspetto, mentre l’aria si fa sempre più fredda, il mare più agitato, le onde più violente.
Sono ancora qui in attesa di vederti arrivare, anche se da lontano, sperando di scorgere la felicità sul tuo volto.
Ti aspetto e so che la pazienza sta per esaurirsi, ma resto aggrappato alla speranza di vederti arrivare.
Per ricominciare da capo.

Non so spiegare perché abbia sentito quelle parole molto più mie di quanto la situazione potesse far pensare. Ho pensato al momento in cui, qualche settimana prima, ero scoppiata a piangere di fronte al suo regalo di compleanno e al meraviglioso biglietto di auguri che lo accompagnava. Anche di fronte ai gesti più belli e spontanei, niente e nessuno poteva convincermi del fatto che non si stesse allontanando da me. Lo sentivo dentro, ma solo quando non eravamo insieme.

Non so se si trattasse di uno strano scherzo del destino, che cercava di mettermi di fronte alla mia paura più grande: di perdere lui e tutto ciò che aveva portato nella mia vita.

Quando eravamo una di fronte all’altro, invece, tutti i dubbi sparivano, come quella sera.
“Ciao Streghetta.”
“Ciao.” gli ho risposto, senza sollevare lo sguardo da terra.
“Ma quanto sei dolce? Mi sei mancata. Scusa ancora per l’altro giorno.”
“Non ne parliamo più, per favore. E’ stato già abbastanza umiliante così.”
“Sono un coglione, lo so. Non capisco nemmeno come tu possa sempre perdonarmi.”
“Lo faccio perché, in fondo, ti capisco. Ricordati che ero in una situazione simile alla tua fino a poco fa.”
“Sei unica.”
“Dai, cosa volevi farmi vedere?” gli ho chiesto, per cercare di chiudere il discorso.
“Seguimi.”.

Mi ha presa per mano e si è diretto verso l’ingresso principale del palazzo. Abbiamo fatto due piani di scale a piedi e ci siamo trovati di fronte ad una porta bianca.
“Prego…” mi ha fatto segno di entrare per prima.
“Vai tu, mi vergogno.” gli ho detto, spingendolo per il braccio.
Avevo intravisto un po’ di ragazzi all’interno e non sapevo come comportarmi. Mi chiedevo come mi avesse presentata e se l’avesse fatto, probabilmente a me aveva parlato di loro, ma loro sapevano chi fossi io?

“Piacere, Isabella.”
“Piacere mio, Paolo.” mi ha risposto, allungandomi la mano.
“Ah, lui è…” ho detto a Stefano, che mi ha fatto un cenno di conferma con il capo ancora prima che finissi la frase.

Nello studio in cui si era sistemato c’erano altri ragazzi che stavano ancora lavorando nonostante fossero quasi le 20.
“Guarda che non tutti hanno la fortuna di uscire alle 18.30 in punto come te.” ha detto ad alta voce Stefano, leggendomi nella mente.
“Ciao…” ho detto sorridendo, rivolgendomi a chi si era voltato per osservarmi.

Ci siamo seduti alla sua scrivania. Accanto a noi c’erano due ragazzi, che si presentati rimettendosi subito al lavoro. Stefano ha avvicinato la sua sedia alla mia e ha acceso il computer.
“Guarda che non lavoro dopo le 18.30.” gli ho detto, per prenderlo in giro.
“Ah no? Allora cosa sei venuta a fare?” mi ha risposto, accarezzandomi il viso.
Mi sono guardata intorno per assicurarmi che nessuno avesse notato il suo gesto.
“Sei pazzo? Ci vedono!” ho detto sottovoce, allontanandomi.
“E dov’è il problema?” mi ha chiesto, mentre cercava il file su cui avremmo dovuto lavorare.
“Ma lo sanno?” gli ho domandato.
“Che sei la donna della mia vita? Non credo di essere stato così esplicito. Se vuoi glielo dico…”
“No! Ti prego, non mettermi in imbarazzo.” l’ho pregato, tenendolo fermo sulla sedia.
“Cosa sanno?”
“Che importanza ha? Sanno chi sei. Le persone a questo tavolo anche qualcosa in più. Sanno che mi hai cambiato la vita, che sono impazzito per te e che è colpa tua se per mesi non sono riuscito a concentrarmi.”
Ho sorriso, ripensando alle folli giornate estive in cui eravamo costantemente in contatto a qualsiasi ora del giorno.
Mi sono impossessata della tastiera e, cliccando su una cella qualsiasi, ho digitato alcune lettere.
“Ti Amo anch’io.”.

Abbiamo lavorato insieme fino a tarda notte, ordinando la cena da asporto. per portare a termine il progetto che doveva consegnare la mattina successiva.
Mi ha stretta più volte in un abbraccio, mentre io arrossivo perché i suoi amici ci guardavano. Mi ha fatto sentire finalmente parte della sua vita vera e del suo lavoro. Siamo usciti per un po’ di ore fuori dal nostro micro-mondo, ma senza abbandonarlo del tutto. Ci siamo affacciati alla realtà avvolti dalla coperta della nostra complicità.

E mentre gli altri ci osservavano alzando gli occhi al cielo, noi riuscivamo solo a pensare a quanto fossimo fortunati e restavamo in silenzio, guardandoci negli occhi.
Perché ci sono parole che non si dicono e sguardi che dicono tutto.

Ditemi voi se esiste un concetto che può riassumere tutto questo. A me viene ne viene in mente uno in particolare: immenso.


[im-mèn-so] SIGN Sconfinato, smisurato, enorme
Dal latino [immensus], ‘che non può essere misurato’
Composta [in-] negativo e [mensus], participio passato di [metiri] ‘misurare’.