I canadesi – così li chiamavano gli altri – avevano il volo per Vancouver alle dieci di sera, perciò potevano permettersi di restare in giro quasi tutto il giorno. Osservandoli, oltretutto, non mi sembrava che avessero grandi esigenze: giravano sempre con un piccolissimo zaino, che si passavano l’un altro e dal quale ogni tanto estraevano la crema solare o dei contanti. Non credo che contenesse altro, ad eccezione – ma questa era una mia supposizione – del tappo della Reflex. Avevamo deciso di andare in motoscafo a Cayo Guillermo, dove si trovava quella che Hemingway definiva “la spiaggia più bella di Cuba”. Qualcuno aveva preferito restare al villaggio, per rilassarsi un po’ prima della tappa successiva, che prevedeva diverse ore di macchina.

Eravamo partiti in cinque: io, Ryan, Thomas e altre due ragazze del gruppo, che a dire la verità non mi suscitavano grande simpatia, ma ero contenta che si fossero unite a noi. Se non altro, facevano numero: ci sono situazioni in cui questo ha una certa rilevanza.
Alle nove di mattina eravamo già arrivati a destinazione. Abbiamo appoggiato i piedi sulla sabbia, che mi sembrava ancora più fine e bianca di quella a cui ormai mi ero abituata. La luce era accecante, non c’era quasi nessuno oltre a noi, anche se vedevo un po’ di persone camminare sul sentiero che portava lì. Avevo passato tutto il viaggio a sonnecchiare e in quel momento desideravo un caffè più di ogni altra cosa. Ho guardato Ryan, che mi sembrava stesse pensando la stessa cosa. Senza dire nulla mi ha fatto un cenno con il capo, che significava Andiamo a fare due passi. Mi sono guardata intorno per capire cosa stessero facendo gli altri. Thomas osservava la costa con la macchina fotografica in mano, penso con l’intento di immortalare quella vista incredibile, mentre le ragazze si erano allontanate per cercare un posto dove stendere i teli. In realtà non le ho più viste fino a dieci minuti prima del ritorno al villaggio e non ho idea di come abbiano passato la giornata.

Abbiamo camminato fino a dove abbiamo potuto, affrontando gli argomenti più svariati. Ho scoperto che aveva una grande passione per la musica.
“Non prendermi in giro…sei davvero famoso?” gli ho chiesto, sedendomi sul bagnasciuga. Nessuno si spingeva fino a quel punto.
“Certo.” mi ha risposto.
“Non ci credo.”
“Mi sottovaluti.”
“Assolutamente no, è solo che…sento che mi stai prendendo in giro. È una sensazione…sai quelle cose a cui non sai dare una spiegazione?”
“Sì, lo so.” mi ha detto, sorridendo. “So cosa sono le sensazioni.” ha continuato. Sapevamo entrambi che non stava più facendo riferimento alla sua presunta fama mondiale.
“Quindi…lo sei o no?”
“Ti cambia qualcosa?”
“Assolutamente no…” gli ho detto, mentre mi sdraiavo sulla schiena. “Sono solo curiosa e vorrei capire…”
“Non lo sono. Facciamo dei tour in Canada, in locali particolari, solitamente piccoli, quando organizzano serate per gruppi che suonano musica simile alla nostra. Tutto qui, è solo una passione. Non ho uno stuolo di fan al seguito, non ti preoccupare.”
“Cretino…” gli ho detto.
Sono rimasta qualche secondo in silenzio, stupita del modo in cui mi ero rivolta a lui. “Non mi sembra una cosa di poco conto comunque. Mi fai ascoltare una canzone?”
“Non ce l’ho qui. Se vuoi prima di partire ti do un cd.”
Mi ero dimenticata della sua partenza imminente.
“E come lo ascolto un cd?”
“In che senso?”
non era come prima“I lettori cd sono superati, ormai non vengono neanche più installati nei computer. Lo metterò in macchina…”
“Addirittura?” mi ha chiesto, sinceramente sorpreso.
“Sei un po’ fuori dal mondo…ma posso sapere quanti anni hai? Alla fine ieri non me l’avete detto.”
“Trentotto. Quasi…Trentasette e tre quarti.”
“Ne dimostri di meno. Pensavo che avessi la mia età.”
“Che sarebbe?”
“Trenta, compiuti da poco.”
“Anche tu sembri più giovane. Quindi sono, in ogni caso, più vecchio di te.”

Mi ha guardata negli occhi e per la prima volta…
Per la prima volta dopo Stefano, ho sentito un click.

Non sapevo se essere contenta. Da un lato mi sembrava di tradirlo. Sì, tradirlo, per quanto assurdo possa sembrare. Mi consideravo sua e pensavo che le nostre vite si fossero semplicemente incrociate in un punto sbagliato delle loro evoluzioni. Avevo anche letto un articolo su questo tema pochi giorni prima: si intitolava il dramma di incontrare l’amore della tua vita nel momento sbagliato.
Inoltre, quel click mi aveva spaventata. Le mie storie precedenti mi portavano a pensare che non potessi fidarmi più di tanto di me stessa. Chi mi poteva dare la certezza che non stessi sbagliando tutto un’altra volta?
Dall’altro lato ero sollevata. Il mio cuore non aveva smesso di funzionare, di captare i segnali, di guidarmi verso il futuro. Perché – a quel punto ne ero certa – stavo andando proprio in quella direzione.

Durante il viaggio di ritorno ci siamo seduti uno accanto all’altra, ormai poco preoccupati del fatto che gli altri potessero notare ciò che era già più che palese. Il cielo era di un azzurro meno intenso e si era riempito di nuvole. Le giornate erano piuttosto corte e avevamo l’impressione che di lì a poco avrebbe iniziato a piovere. Abbiamo aperto due bottiglie di birra, gentilmente offerte dalla guida, finendole entrambe nel giro di pochi minuti. Poco dopo, Ryan ha iniziato a posizionare la sua controvento, aspettando che emettesse il fischio e ridendo a crepapelle ogni volta che ci riusciva. Lo guardavo, mi sentivo leggera e ridevo anch’io per rispondere ai suoi sorrisi sinceri. Ci siamo riparati sotto al suo giubbino impermeabile – che non capivo da dove fosse spuntato – e abbiamo continuato a parlare anche lì sotto.

Quando ci siamo riaffacciati per capire se avesse smesso di piovere, siamo stati accolti dall’arcobaleno più intenso che avessimo mai visto.
E ho pensato a quando fosse bello perdersi.
Anche se non era come prima.
Perché era diverso, strano, ma magari chissà, persino migliore.