“Gabry, ciao! Cosa ci fai qui?” gli ho chiesto, abbozzando un finto sorriso.
“Sono venuto a riprendermi le mie cose.” mi ha risposto, con un tono che mi ricordava quello delle peggiori litigate.
“Se mi avessi avvisata, te le avrei preparate. Sono sparse in tutta la casa.”
“Non ho fretta.”

Mentre pensavo al modo più pacifico per rispondere, il mio pensiero è volato verso Stefano, nascosto nel sottoscala in giardino.
Il luogo in cui, tra le altre cose, qualche mese prima avevamo lasciato la bicicletta di Gabriele.
Improvvisamente, un brivido di terrore mi ha percorso la schiena. Ero certa che non se ne fosse dimenticato.

“Entra pure.” gli ho detto, nonostante lui si fosse già fatto strada senza aspettare le mie indicazioni.
“Non ho voglia di scherzare.”
“Non ero ironica, ti ho semplicemente detto di entrare.” ho ribattuto.

Stanca di quell’atteggiamento freddo e spocchioso, poco dopo, consapevole di sbagliare e di venire meno alla promessa che mi ero fatta – di mantenere un tono della conversazione tranquillo – ho aggiunto, a bassa voce: “Stai sereno.”.
In un attimo me lo sono ritrovato di fronte a pochi centimetri di distanza.
“Allora, intanto Stai sereno a me non lo dici.” mi ha detto, con la bocca socchiusa per la rabbia. “Ne riparliamo più avanti comunque. Non sai cosa ti aspetta.”
“Come al solito, sei passato alle minacce. Ma non è più come prima, sai? Non sono più la ragazzina succube delle tue manie, pressioni e imposizioni. Adesso che ho scoperto cosa c’è là fuori, non ho intenzione di perdere un secondo del futuro che ho di fronte.”
“Vedremo.”
“Non crearmi problemi Gabry, non me lo merito. Non se lo merita nemmeno la nostra storia.”
“Mi riprendo solo ciò che è mio.”
“A cosa ti riferisci? Ne possiamo parlare in modo civile?” gli ho chiesto, temendo che si riferisse ad alcuni investimenti che avevamo fatto insieme, in particolare all’acquisto del nostro appartamento di Milano.
“Chiedilo all’avvocato.” mi ha risposto con freddezza.
“Avvocato? Ma sei impazzito?”
Si aggirava per la stanza senza darmi una risposta e buttando alla rinfusa in un trolley tutto ciò che riteneva gli appartenesse.
“Non ho parole.” ho sussurrato, scuotendo la testa. “Quello è mio, lascialo lì!” ho urlato poco dopo, quando mi sono accorta che stava puntando un quadro che avevo comprato ad Hong Kong. Senza dire una parola, l’ha buttato in terra ed ha iniziato a calpestarlo con violenza.
Guardavo attonita quella scena, paralizzata dal suo comportamento e dalla cattiveria che traspariva sempre di più dai suoi occhi.
“Perché mi fai questo?” gli ho chiesto, singhiozzando.
“”Da quanto tempo non mi ami più?”
“Gabry…”
“Rispondi. Da quanto tempo non mi ami più?”
“Non lo so.” ho ammesso, sottintendendo che fosse così da un po’.  Mi sono chiesta se l’avessi mai amato davvero, ma ho preferito non aggiungere altro.
“Quando tempo perso.”
Non è mai perso.” gli ho detto, provando improvvisamente uno strano senso di compassione nei suoi confronti.
“Dieci anni buttati nel cesso.”
“Gabry, non è così.” ho continuato, anche se io stessa, osservando dall’esterno la fase della vita a cui avevo appena messo il punto, avevo l’impressione che fosse un periodo sospeso nel vuoto.
“Abbiamo fatto tantissime cose insieme…abbiamo condiviso tutto…abbiamo cercato di portare avanti un progetto. Abbiamo remato contro le difficoltà, affrontato sfide difficili…”
“Risparmiami le frasi da Cioè.” mi ha interrotto lui.

non-sai-cosa-ti-aspettaGli avrei voluto dire la verità e fare un elenco di tutto ciò che avevo imparato in quei pochi mesi che mi avevano allontanata da lui.
Sai, ho capito che nel nostro rapporto è sempre mancato qualcosa.
Che non abbiamo mai avuto una vera intesa.
Che i sentimenti possono andare molto più in profondità di quanto pensiamo. E che con te si sono sempre fermati in superficie.
Che può succedere che, dopo anni, un giorno ti svegli e ti accorgi di non aver mai conosciuto davvero la persona che hai di fronte.
Ma poi ti giri e ne trovi un’altra e in in pochi istanti capisci che la conosci da una vita…o da chissà quante vite…
Che i sentimenti veri fanno paura.
Che quando si ama davvero il cuore è davanti alla sua verità.

Invece ho urlato “Anche quella è mia!”, tornando con i piedi per terra e strappandogli dalle mani una bottiglia di vino che mi aveva regalato mio padre. Mentre lo osservavo mi convincevo del fatto che non avrebbe mai potuto capire quei discorsi. Non perché non ne avesse la capacità, ma semplicemente perché ormai vivevamo su due livelli di consapevolezza diversi. E io non avevo più intenzione di tornare indietro.

“Per oggi può bastare, nei prossimi giorni vengo a prendere il resto. Tu sarai sempre in casa?”
“Penso di sì. Vieni quando vuoi, Gabry.”
“Preferirei non vederti.”
“E’ pur sempre casa mia.”
“Per lo meno sarà per l’ultima volta.”
“Sei proprio una brutta persona.”
“Mai quanto te.”

Avrei voluto scagliargli un vaso sulla schiena, ma sono rimasta immobile aspettando che si allontanasse fino a scomparire dalla mia vista.
Mi sono lasciata cadere sul divano, coprendomi il viso con le mani e respirando profondamente per scaricare la tensione.
“Dov’è la mia bicicletta?” mi ha domandato inaspettatamente dopo qualche minuto.
“In cantina.” ho risposto, mentre sentivo un sussulto nel cuore.
“Vado a prenderla.”
“E’ chiusa.” ho ribattuto con convinzione.
“Vieni ad aprirla.”
“Non ho le chiavi, Gabry. Me le faccio dare dai miei genitori stasera.”.

Se ne è andato rivolgendomi una smorfia di disgusto, sbattendo la porta di ingresso e camminando a passo veloce verso il cancello del palazzo. Sentivo il rumore delle ruote della valigia che percorrevano il viale e mano a mano che si allontanava, i battiti del mio cuore rallentavano fino a raggiungere un andamento quasi regolare.

Dopo qualche minuto, sono corsa a liberare Stefano.
“Perdonami, non succederà mai più. Mi dispiace che tu ti sia trovato in questa situazione.”
“Non ti preoccupare, Bellina. Non mi avevi nemmeno invitato.” ha detto, sorridendo.
“Diventerai cattivo anche tu un giorno, vero?” gli ho chiesto, con gli occhi lucidi.
In realtà avevo già la risposta.
Sapevo che non sarebbe mai successo e che non mi avrebbe mai trattata in quel modo.
“Ti accorgi di come sono?
Lo vedi cosa faccio?
Li guardi i miei occhi?”
“Sì. Sì. Sì.” gli ho detto.
“Non ti basta tutto quello che abbiamo scoperto insieme in questi mesi?”
“Sì.”

E tu avresti mai immaginato che un giorno mi avresti fatto soffrire più di chiunque altro?
gli vorrei chiedere io adesso.