cosa succede se

“Ripensandoci, il mare non sarebbe una buona soluzione. Anzi, mi allontanerebbe dalla soluzione.” ho ripreso il discorso, pochi minuti dopo la mezzanotte.
“Se cerchi una soluzione, significa che pensi di avere un problema.” ha commentato Marco.
“Ne ho ben più di uno.”
“Non sono d’accordo.”
“Sono stufa.”
“Di cosa?”
“Di chi sparisce.”
“Pensavo fossi passata oltre.”
“Ma come posso farlo con una persona che mi risponde come se non fosse successo niente e promette di scrivermi il giorno dopo?”
“Ok, hai un problema Isa.”
“Sarebbe?”
“Devi lasciarlo perdere. Vai avanti per la tua strada, senza pensare a lui.”
“Lo sto facendo…Ho comprato una casa, sono appena stata a New York per fare un corso, ci sto provando davvero, credimi. Ma lui è sempre lì.”
Mi sono guardata intorno per cercare di capire dove fossero tutti gli altri e dopo aver individuato le loro sagome sulla riva del mare, ho continuato. “Una casa, ripeto…io che sognavo di andare a vivere con lui, che mi vedevo già sotto lo stesso tetto insieme ai nostri figli…”
“Capita a tutti di prendere un abbaglio.”
“Non è così Marco, lo sai.”
“Perché non provi a chiederglielo?”
“A chiedergli cosa?”
“Perché l’ha fatto.”
“Lo so già. Ha paura.”
“Chiediglielo lo stesso.”
“Se lo faccio, si allontanerà ancora di più.”
“Vedi, anche tu hai paura.”
“No! Cioè sì, ho paura, lo ammetto, ma ho già fatto le mie scelte, ora tocca a lui. Non posso mettergli fretta.”
“Ti ricordi quando mi hai parlato di lui la prima volta? A maggio dell’anno scorso. più di un anno e mezzo fa. Non credi che abbia avuto abbastanza tempo?”
“Evidentemente no, se si comporta in questo modo.”
“Hai mai pensato che questa possa essere già la situazione definitiva?”
“No, Marco, no. Non può essere.” ho detto con la voce rotta dall’angoscia.
“Magari per lui lo è.”.

cosa-succede-seCosa succede se non torna? mi sono chiesta qualche ora dopo, mentre rientravo in camera alle prime luci dell’alba.
Cosa succede se finisce così?
Cosa succede se ha già deciso?
Cosa succede se si dimentica di me?
Cosa succede se non riesco a cambiare il corso degli eventi?
Cosa succede se questo è già il futuro? Se non posso aspettarmi nient’altro da Stefano? E se non si farà sentire mai più?

Sopravvivrò a tutto questo? ho domandato infine ad alta voce, sperando di ricevere un segnale.
Il silenzio è diventato ancora più assordante. Mi sono addormentata con la sua collana tra le dita, stringendola il più possibile, per sentirlo vicino ancora per una notte e per farmi accompagnare con dolcezza nel nuovo anno, che non riuscivo proprio ad immaginare cosa avrebbe potuto portarmi in dote, anche perché non sapevo cosa augurare a me stessa per i mesi a venire.

Quella notte l’ho sognato. Sorvolavamo una grande città con i palazzi alti, che sembravano brillare di luce propria. Non sapevo dove fossimo, mi guardavo intorno per cercare di capire dove stessimo andando, ero spaventata ed emozionata allo stesso tempo, così tanto che non riuscivo a concentrarmi su ciò che c’era sotto di noi. Poi, un po’ alla volta, ho iniziato a distinguere alcuni dettagli.
C’era il nostro ufficio.
C’erano alcuni amici che passeggiavano.
C’era il nostro primo pranzo insieme. C’eravamo noi due, mano nella mano, in quella via che avevamo percorso tutte quelle volte.
C’era il suo mare, il nostro abbraccio alla fine di una camminata, c’erano una luce calda, un tavolo in mezzo al nulla, un campo di fiori, un motorino che faceva lo slalom tra le auto. C’era anche un palazzo di vetro, quello in cui avevo fatto il colloquio un anno prima. C’era la Statua della Libertà, ma c’erano soprattutto posti che sarebbero stati per tutti insignificanti, ma che per noi erano tutto. Il nostro mondo, la nostra storia.

Mi sono girata verso Stefano, che ha annuito senza dire nulla, con le lacrime agli occhi.
Abbiamo continuato il nostro viaggio ancora per un po’, sotto di noi era sempre più buio, ormai non riuscivo a riconoscere quasi nulla, la luce si era sposata verso il cielo e quando me ne sono accorta, accanto a me non c’era più nessuno.

La mattina successiva, al risveglio, mi sono infilata il primo costume che ho trovato. Poco dopo ero sulla riva del mare, con i piedi bagnati dalle onde che si affacciavano timidamente alla riva, i capelli ancora scompigliati dal sonno e da un leggero venticello che sembrava volermi accarezzare il viso. Ho percorso almeno tre chilometri sulla sabbia bianchissima, che a quell’ora sembrava ancora più candida dei giorni precedenti, mentre vedevo il sole che faceva capolino dall’acqua sulla linea dell’orizzonte.

“Addio.” ho detto a bassa voce.
Ho posato delicatamente la collana nel mare e l’ho osservata mentre veniva inghiottita dall’acqua e dalla sabbia.

Me la sono immaginata mentre riaffiorava, ancora più lucente, in un posto nuovo.

alle cose difficili

Non sono mai stata brava a gestire agende, diari e qualsiasi cosa necessiti di un aggiornamento costante. Non lo ero prima e non lo sono ora. Però in quei giorni sentivo così forte l’esigenza di scrivere che mentre mi trovavo ancora a Malpensa, poco prima dell’imbarco, ho acquistato un quaderno con i fogli a quadretti. Mi aveva colpito la copertina, su cui era rappresentato un palloncino rosso. Sapevo che durante la vacanza non sarei riuscita a scrivere le pagine del mattino e a dire il vero ho smesso del tutto di farlo, ma non ho perso l’abitudine di buttare su carta i miei pensieri, proprio come facevo con grande incostanza durante gli anni dell’università. Scrivevo nei pochi momenti in cui ero sola, principalmente mentre Giulia, la mia compagna di stanza dei primi due anni di corso, si faceva la doccia, ma capitava anche la sera prima di andare a letto o la mattina, quando mi svegliavo prima degli altri.
Si stava per concludere un anno meno movimentato del precedente, sicuramente più equilibrato, ma con un equilibrio spostato verso il basso. Ho sempre cercato di allontanarmi dalle persone e dalle situazioni capaci di trasportarmi sia sulle vette che negli abissi più profondi, ma forse sono queste le uniche in grado di cambiare un’esistenza intera. Del resto per me è stato così: se non avessi volato nei cieli più azzurri e nuotato nei mari più profondi, avrei continuato a condurre la vita di sempre.
Non ero soddisfatta di quell’equilibrio, ma non sapevo cosa fare per cambiarlo. Per tanti mesi ho avuto paura dell’ignoto, scegliendo di rimanere infelice, per non correre il rischio di rimettermi in gioco.

Qualcuno è attratto in modo quasi magnetico dai cambiamenti. Anch’io ero così: mi buttavo in qualsiasi attività senza alcun timore, cercavo sempre nuovi stimoli, cambiavo città, lavoro, corsi di studi con una facilità che lasciava quasi tutti i miei conoscenti senza parole. Non potevo fallire, perché sapevo che, in un modo o nell’altro, mi sarei adattata a tutto. Perché questo ero: un camaleonte. Una persona capace di mimetizzarsi ovunque, inconsapevole di quali fossero i suoi bisogni più profondi, o comunque poco propensa a dar loro ascolto.

Ora però li conoscevo e non potevo ignorarli. Sapevo anche mi avrebbero potuto condurre dove sognavo, se solo avessi avuto il coraggio di farmi prendere per mano da loro. Non dovevo più cambiare e snaturarmi per adeguarmi alle situazioni, ma dovevo cambiare e svelare al mondo me stessa per crearne di nuove.

Avevo di fronte un’infinità di alternative, ma sapevo che la strada che avevo deciso di percorrere sarebbe stata in salita. Ho chiuso l’anno con la sensazione che quello successivo sarebbe stato più duro, incerto e pieno di insidie. Allo scoccare della mezzanotte ho alzato gli occhi e con il bicchiere verso l’alto ho fatto un brindisi alle stelle, chiedendo loro di continuare a guidarmi su quel percorso, che nonostante tutto – dovevo andarne fiera – avevo scelto io.

“Buon anno Isa.”
“Buon anno Marco. Grazie di tutto.”
“Sei una persona speciale. Non tirarti indietro proprio ora.”
“Ci proverò.” gli ho risposto, guardando nella stessa direzione di qualche minuto prima, per cercare gli stessi puntini luminosi sopra di noi.

Mi ha rivolto uno sguardo diverso dal solito, più profondo, per certi versi più intimo, accogliente e carico di sentimenti, dal quale però, quasi d’istinto, ho cercato di proteggermi. Mi sono girata verso gli altri ragazzi del gruppo, che erano seduti intorno ad un tavolo a pochi metri di distanza da noi e ho sorriso a chi si è girato verso di me. Non so cosa abbiano pensato, so solo che dopo qualche minuto si sono allontanati ancora di più, forse per lasciarci soli.
“Ti meriti il meglio e lo avrai.” ha continuato Marco.
“Vedremo, la strada è ancora lunga.” gli ho risposto. Ho appoggiato i piedi sulla sedia e ho circondato le gambe con le braccia per chiudermi a riccio di fronte ad una conversazione che mi stava mettendo un po’ in imbarazzo ma che – più per correttezza nei confronti di una persona che mi era stata di grande aiuto in quegli anni – non mi sentivo di abbandonare.
“Cosa farai al ritorno?”
“Non lo so…non lo so Marco…”
“Non ci credo. Tu sai sempre cosa fare.”
“Ho tanti progetti, ma non so se sarò in grado di portarli avanti. Vorrei ricominciare a disegnare, trasferirmi al mare, vorrei semplicemente stare bene.”
“Scrivere.”
“Eh?”
“Vorresti scrivere.”
“Sì, anche, ma partiamo dalle cose più semplici.”
“Andare a vivere al mare sarebbe semplice, cambiando completamente vita?”
“Più semplice di scrivere.”
“Non dire idiozie, Isa. Sono tutte scuse.”
“Per me è così.”
“E’ la cosa che ti viene più naturale in assoluto.”
“Cosa, traslocare?”
“Basta, ci rinuncio!” ha detto in tono ironico, alzando il mojito per brindare. “Alle cose difficili.”
“Sperando che spariscano dalla mia vita!”
“…che ci portino dove desideriamo.”
“A piccole dosi, questo concedimelo. Non sono in grado di sostenere il peso di un altro ciclone.”

Quella parola è uscita dalla mia bocca in modo del tutto spontaneo e per qualche istante mi ha riportato da Stefano, ma per una volta mi sono sentita leggera, quasi sollevata, così ho deciso di brindare anche a lui, alla vita che aveva deciso di ricostruire dopo il nostro incontro e al modo in cui aveva cambiato per sempre la mia.

lo bueno nunca acaba

A partire dalla mattina successiva le settimane sono trascorse molto velocemente, complice il clima di festa, l’aria natalizia, la corsa contro il tempo per comprare i regali e i preparativi per la partenza imminente.

Il 23 dicembre sono partita per Firenze. Pur avendo dedicato molta attenzione alla scelta del posto, mi sono ritrovata, come spesso mi capita, a viaggiare al contrario e questo non ha fatto altro che alimentare il mio malessere. Mi sentivo estremamente sola in quel momento, soprattutto perché Stefano era diventato un tabù quasi per tutti: c’era chi pensava me ne fossi già dimenticata, chi non ne voleva parlare per far sì che ciò accadesse, chi non aveva mai dato peso alla sua presenza nella mia vita e chi non osava fare domande poiché non era in grado di prevedere le mie possibili reazioni. I miei familiari facevano parte di quest’ultima categoria: non erano a conoscenza degli ultimi sviluppi della nostra storia, del silenzio che durava ormai da più di due mesi, non sapevano nemmeno esattamente come mi sentissi, né se vivessi da sola o in compagnia di qualcuno. Ho sempre pensato che le mie amiche, che li conoscevano molto bene, li aggiornassero a mia insaputa, perché mi sembrava impossibile che non fossero in pensiero per me o anche solo curiosi di sapere come e con chi trascorressi le mie giornate.

Durante i giorni di festa ho parlato quasi esclusivamente di Cuba e di lavoro. Ciascuno ha focalizzato le proprie attenzioni sui tre nipoti, figli di mio fratello maggiore, e sull’annuncio di matrimonio dell’altro, che ci ha lasciati a bocca aperta. Non avrei scommesso un centesimo sulle sue nozze e tuttora non riesco a credere che possa aver preso una decisione di questo tipo, dal momento che considerava la sua avversione a questi temi un caposaldo dell’esistenza.

Avrei voluto essere felice e basta, ma ho avuto l’impressione che lui stesso fosse un po’ in difficoltà nei miei confronti. Ero sempre stata la figlia sentimentalmente più stabile, senza grilli per la testa, fedele e dedita al proprio compagno, ma in quei giorni ero sola e sembrava che questo, per certi versi, lo mettesse in imbarazzo mentre raccontava della proposta alla futura moglie, che non conoscevo nemmeno perché si frequentavano da pochi mesi, durante i quali non eravamo mai riusciti ad incontrarci.
“Me la farai conoscere direttamente all’altare?” gli ho chiesto, prendendolo in giro.
“Domani viene qui. Fatti trovare!”

Ero davvero curiosa di vederli insieme: la versione innamorata di mio fratello era cosa alquanto rara e non mi sarei persa l’appuntamento per nulla al mondo.

 

Siamo rimasti in sala fino a notte fonda.
Ho pensato spesso a Stefano, me lo immaginavo in una stanza grande, insieme alla sua famiglia numerosa, di fronte alle ricette preparate da sua nonna, che a 92 anni riusciva ancora a preparare le portate in totale autonomia. Non gli ho fatto gli auguri, da un lato perché non volevo, dall’altro perché temevo di creargli problemi.
Però quando sono rientrata in camera non ho resistito: ho acceso il computer e mi sono collegata alla posta elettronica dell’ufficio. Ho scritto una lunga email per fargli capire ancora una volta che non me ne ero andata, che non ero nemmeno così arrabbiata come poteva pensare, che tutto sommato stavo bene e che avevo diversi progetti per il futuro, compreso quello di provare, un giorno, a cimentarmi con la scrittura. Gli ho detto che da circa una settimana stavo provando a disegnare con le matite che mi aveva regalato, che avevo fatto i ritratti di diversi amici e che stavo pensando di dedicare sempre più tempo a questa attività, magari la sera dopo il lavoro. L’ho salutato senza fargli domande, perché ero certa che non mi avrebbe mai risposto e che probabilmente non avrebbe nemmeno letto l’email, ma con mio grande stupore, due giorni dopo – forse si trattava di un regalo di Santo Stefano – mi è apparsa una sua notifica sullo schermo.
“Tu non sei umana. L’ho sempre pensato ma questa è l’ennesima conferma. Ti penso sempre e mi manchi tremendamente, grazie per questa lettera, ti rispondo domani con calma dono della vita. Ciao Bellina mia.”.

Ho pianto ininterrottamente per venti minuti, chiedendo alle amiche che erano con me in quel momento che cosa avessi fatto di male per meritarmi di vivere in quel modo. Posso dire che avrei preferito che non rispondesse e che sia riuscito a lasciarmi senza parole ancora una volta, proprio quando pensavo che la rottura fosse davvero definitiva.
“Sei tu che gli hai scritto…” mi ha detto Anna.
“Lo so, credevo che mi ignorasse.”
“Però non volevi che lo facesse.”
“A questo punto posso dirti che non ne sono così convinta. Non lo so Anny, mi sembra tutto così strano.”
“Aspettiamo domani per trarre conclusioni. Vediamo cosa ti dice.”.

Il giorno successivo, in aeroporto, ho controllato il telefono ogni 30 secondi.
Marco aveva deciso di unirsi al gruppo, era venuto a prendermi in Centrale ed eravamo andati a Malpensa insieme. Aveva anche chiesto al ragazzo seduto di fianco a me di mettersi al suo posto per starmi vicino. Avrei preferito che si rifiutasse di farlo: volevo stare sola, fantasticare sulle parole che mi avrebbe scritto Stefano, perché lo avrebbe fatto prima del decollo, ne ero sicura.

“Signorina, deve spegnere il telefono.”.
Non mi ero resa conto che l’aereo di stesse già muovendo.
Durante il volo, mentre Marco dormiva, ho parlato a lungo con la ragazza cubana alla mia destra, un po’ in italiano e un po’ in spagnolo. Mi ha raccontato delle difficoltà legata alla sua storia d’amore a distanza e ha ascoltato con attenzione la mia. Le ho parlato di un ragazzo tanto straordinario quanto imprevedibile, tanto forte quanto insicuro, tanto lontano quanto parte di me. Mi guardava con gli occhi lucidi quando le dicevo che avrei trovato la sua risposta all’arrivo, perché ci credevo così tanto che ne ero proprio convinta e cercavo in lei rassicurazioni. Mi fissava e annuiva.
Dopo una breve pausa, si è girata di nuovo verso di me e mi ha sussurrato all’orecchio alcune parole.
Lo bueno nunca acaba si hay algo que te lo recuerda.

Le cose belle non cessano mai di esistere finché hai qualcosa che te le ricordi. Non ho mai capito cosa volesse dirmi: era giusto che restassi aggrappata a quelle speranze? Non mi sarei mai liberata del passato? Avrei imparato un giorno ad accettare quello che mi era successo? Valeva lo stesso per lui?

Avrei trovato all’atterraggio la risposta che desideravo? Non le ho chiesto nulla e mi sono appoggiata al poggiatesta distendendo il più possibile le gambe.

Stefano non si è più fatto vivo.
E forse questo è uno dei motivi per cui quel viaggio mi ha cambiata profondamente.

amare davvero

Ho appoggiato il sacchetto sul tavolo della cucina e dopo aver estratto tutto il contenuto dalla busta ho trovato, in un angolino, un biscotto della fortuna. Mi piaceva pensare che fosse finito lì per sbaglio. Mentre mangiavo lo osservavo, pensando a quale augurio potessi trovare al suo interno. Come spesso mi succedeva in quel periodo, in pochi istanti ero passata da un momento di euforia allo sconforto più totale. Pensavo di stare bene, ma il minuto successivo mi rendevo conto di avere ancora tanta strada da percorrere. Volevo un consiglio, o ancor meglio una predizione, qualcosa che mi facesse respirare: in quei frangenti mi sarei aggrappata a qualsiasi cosa pur di farlo, anche ad un pezzo di carta stampato da un macchinario in chissà quale posto del mondo.

Con queste premesse, ho estratto il foglietto pensando che contenesse la chiave per il mio futuro, trovandomi invece di fronte a quella che appariva piuttosto come una sentenza sul presente.

E’ preferibile l’aver amato e aver perduto l’amore, al non aver amato affatto. (Lord Tennyson)

Non potevo credere alle parole che avevo di fronte e istintivamente le ho allontanate dai miei occhi. Non aveva senso, non poteva esserci nulla di positivo nel perdere l’Amore. Mi bastava pensare al fatto che non avrei augurato a nessuno di vivere nello stato in cui mi trovavo quel giorno.

Ho sistemato i piatti nella lavastoviglie e mi sono lasciata cadere sul divano. Ho appoggiato il computer sulle gambe e mi sono tuffata nelle letture serali con le quali, quasi quotidianamente, cercavo le conferme di cui avevo bisogno. Avevo ormai scandagliato tutto il web alla ricerca di risposte alle domande “Perché gli uomini scappano?”, “Perché hanno paura di amare?”, “Cosa sono le fiamme gemelle?” e su quest’ultimo aspetto avevo letto una miriade di articoli e storie di chi, come me, era stato vittima di quella che, a detta di molti, era una grande fortuna, che a me appariva piuttosto come una condanna: l’aver incontrato una persona capace di distruggere tutte le tue certezze per crearne insieme a te di nuove, diverse, vostre, molto più autentiche, libere, tue. Per poi decidere di andarsene.

Ho riposto il portatile nella borsa e mi sono allungata verso il comodino per prendere i fogli dedicati alle mie pagine del mattino, nonostante fossero le nove di sera. Per la prima volta ho sentito il bisogno di scrivere non solo per sfogarmi o cercare di mettermi in contatto con Stefano, ma anche per parlare di futuro, cosa che fino ad allora non avevo mai avuto il coraggio di fare.

Sto riflettendo sulla mia esperienza e sull’impatto che l’avere amato davvero ha avuto sulla mia vita. Penso a questo sentimento e all’uomo per cui l’ho provato, che adesso non fa più parte della mia quotidianità.
E inaspettatamente sorrido, nonostante sia tuttora sommersa da ondate di sofferenza causate dal suo allontanamento.

Quando l’ho conosciuto, me lo ricordo come se fosse ieri, ero alla ricerca di qualcosa. Mai soddisfatta, spesso nervosa, infelice quanto basta per capire di dover cambiare qualcosa, ma non abbastanza per farlo davvero. Ad un certo punto è arrivato lui. Un ragazzo eccezionale, ammirato da tutti, quasi venerato per la sua intelligenza e simpatia. Mi faceva paura. Come reazione inconscia, per diversi mesi ho cercato di mantenere le distanze.

A dire il vero, non era l’uomo che immaginavo al mio fianco.

Eppure qualcosa dentro di me l’aveva riconosciuto subito, al primo sguardo, anche se non volevo ammetterlo. Il cuore non aveva mai battuto così alla vista di nessun altro, non ha mai smesso per tutta la durata della nostra storia e sono certa che ricomincerebbe a battere con la stessa intensità se le nostre strade si incrociassero di nuovo. Anche adesso, mentre scrivo, sento il battito che accelera.

Non sono sicura che possa esistere, per me, un uomo altrettanto stupendo. E forse oggi è questa la mia paura più grande e il motivo per cui volo spesso con la mente nei posti in cui so dove trovarlo, dove sento il suo calore, dove siamo noi e basta. Mi spaventa l’idea di dover rinunciare ad un sentimento così grande e di dover lasciare andare tutto ciò che abbiamo scoperto insieme. Perché è stata una rivelazione per entrambi.

Credo di essere stata molto fortunata solo per il fatto di averlo incontrato. Auguro a tutti di amare un uomo come ho amato lui e di essere amati in questo modo dalla persona che si ama. I sentimenti autentici sono il sale della vita, le danno un senso, fanno crescere e scoprire aspetti di noi stessi che altrimenti non conosceremmo mai. Senza legami profondi, forti e veri la nostra esistenza non è piena. Credo che questo fosse esattamente quello che cercavo in quegli anni. E ora so che avere amato davvero è stata la mia fortuna.

E chissà, forse anche la mia salvezza.

Sono riuscita a non rivolgermi a Stefano fino all’ultimo, ma la tentazione era troppo forte, così mi sono lasciata andare un’altra volta, con un peso in meno sul cuore, un po’ di leggerezza in più nella mente, ma allo stesso tempo un passato che continuavo a stringere tra le dita.

Sai cosa mi hanno detto l’altro giorno?
Che potresti essere entrato nella mia vita per prepararmi a qualcosa di più grande.
Non penso che sia possibile, lo dicevamo sempre, no? Può esistere qualcosa di più grande del nostro Amore? Non credo proprio. E allora cosa perché sei arrivato? Che cosa mi dovevi insegnare? O forse è questo il momento in cui dovrei imparare qualcosa?

Non riesco a colmare il vuoto che hai lasciato e credo che nessuno lo possa fare.
Ma ti sono comunque infinitamente grata perché mi hai permesso di cambiare. E se prima ero convinta di sapere dove stessi andando, con il passare del tempo ho capito che non ne avevo davvero idea. Che ne sarà di me? Non lo so, so solo che mi sento finalmente libera di decidere per la mia felicità, di credere che possa arrivare qualcosa di immenso mentre, in fondo al cuore, continuo a sperare che un giorno tu possa fare di nuovo capolino nella mia vita per riprenderti tutto quello che è tuo. Mi manchi.

spazio ai desideri

Mi succedeva una cosa strana: mi sentivo in colpa. Non volevo ammettere che stessi iniziando ad accettare il fatto che se ne fosse andato, perché temevo che Stefano – nonostante non ci sentissimo mai – se ne accorgesse. Capiva quando mi allontanavo da lui, me lo diceva sempre, ed ero certa che lo capisse anche in quel momento. Potevamo vivere nel silenzio ma i nostri sentimenti si intrecciavano, dialogavano liberi, non chiedevano a noi il permesso di continuare a crescere. Dovevo odiarlo e invece lo amavo sempre di più. O almeno così mi sembrava.

Ma poi, sarà amore questo? Sì, lo so, con la A maiuscola.
Questo spazio dovrebbe essere mio, invece te ne appropri ogni mattina. Almeno una pagina solo per me, me la lasci? O devi entrare in ogni mio pensiero?

Comunque ogni tanto penso che non lo sia. Sai cosa mi ha detto Camilla l’altro giorno? Che sono fissata. Che non è amore, ma un’immensa illusione che ho nella testa. Eppure eri lì…eravamo lì. Al ristorante, a casa tua. Eravamo insieme anche quando viaggiavo in treno da sola, o quando ci separavano più di quattromila chilometri di oceano. Ci sono dei ricordi che, piano piano, si stanno sbiadendo. Non mi ricordo più come eravamo vestiti, se fosse inverno o estate, nemmeno se piovesse o splendesse il sole, ma mi ricordo esattamente cosa provavo in quel momento. Vorrei tornare indietro solo per rivivere quelle emozioni.

Quella sera in cui siamo usciti a cena…quando siamo andati nel ristorante con i cuscini giganti, hai presente? Non ho idea di come fossimo vestiti. Mentre mi preparavo ero agitata…Ecco, questo non mi interessa, posso anche dimenticarlo. Ma i tuoi occhi lucidi mentre ti davo consigli per la presentazione, o il cenno di intesa che mi hai rivolto mentre il cameriere ci consigliava cosa mangiare…mi rimarranno per sempre nel cuore. Chi se li scorda quelli…ma come potrei…

All’improvviso mi sono accorta di essere in ritardo. Non avevo finito di scrivere le mie tre pagine mattutine, perché mi ero persa tra le parole e i pensieri della prima, mettendoci più del necessario per completarla. Prima di riporre la penna ho aggiunto soltanto, a caratteri cubitali, Spazio ai desideri…, occupando quasi tutta la metà della seconda facciata. Ho bevuto il caffè in piedi davanti ai fornelli, fissando le piastrelle di fronte a me.

Alla fine l’avevo trovata, ristrutturata e arredata: vivevo nella casa dei miei sogni, un piccolo appartamento su due livelli a pochi passi da Sant’Ambrogio, con i muri bianchi, una finestra che arrivava fino al pavimento e la vista sul cortile interno, pieno di piante e fiori, che mi faceva pensare di non essere a Milano. L’avevo trovata grazie a Marco, che mi aveva aiutato nella ricerca come se dovesse acquistarla lui, mentre io continuavo a pensare all’occasione che avevo perso qualche mese prima e mi rammaricavo per non essermene fregata del parere di una persona che non aveva mostrato il minimo interesse a riguardo. La consideravo una prima conquista, una mia conquista, un punto di partenza di qualcosa che non riuscivo ancora a inquadrare, né tanto meno a definire. Quando aprivo la porta mi sentivo forte, perché ero riuscita a fare tutto senza di lui, cosa che ritenevo impossibile fino a poco tempo prima. Ogni tanto ero quasi dispiaciuta all’idea di uscire, volevo rimanere sul divano a leggere, o mettermi a disegnare, poi avrei voluto scrivere, ma sentivo di non essere pronta per farlo. E poi cosa avrei potuto raccontare? Mentre ero a Singapore con Gabriele, qualche anno prima, avevo iniziato una storia. Si intitolava “Era quel che mi aspettavo” e parlava di una relazione a distanza, delle difficoltà legate alla vita all’estero, di un amore finito e di due persone che continuavano il loro percorso come se tra di loro non ci fosse mai stato nulla. Non la rileggevo da allora, ma si trovava ancora in una cartella del mio computer che avevo chiamato “Libri” e che avrei voluto, un po’ alla volta, riempire con tanti racconti. Invece quel file era rimasto solo mentre la vita mi scorreva davanti agli occhi senza che me ne accorgessi.

“Penso che mi prenderò un anno sabbatico.” ho detto ad alta voce facendo cadere il silenzio nella stanza.
“No…cosa avete capito?” ho continuato. “Non nel vero senso della parola. Continuerò a lavorare, ma farò allo stesso tempo tutto ciò che mi passerà per la testa, senza pensarci due volte.”. I miei colleghi hanno tirato un sospiro di sollievo.
“Magari saranno due mesi e non un anno. O magari sarà tutta la vita.”. Mi guardavano come se fossi in preda ad un delirio inspiegabile.
“Sto dicendo cose senza senso?” ho chiesto a Camilla.
“No, anzi. Pensavo a quando è stata l’ultima volta in cui ho fatto qualcosa senza pensarci due volte.”
“Andrò a Cuba dopo Natale.”
“A vivere?” mi ha chiesto Marco sorridendo e alzando gli occhi al cielo.
“Sì, mi aiuti a trovare casa?” gli ho chiesto, stando al gioco. “No, vado con un gruppo di amici ed ex colleghi. Posso?”
“Fammi dare un’occhiata al calendario…” ha finto di aprire il file delle presenze ma subito dopo, senza aspettare che si caricasse, ha detto “Certo che puoi. Posso venire con te?”
Speravo che non si notasse quanto quella domanda mi avesse imbarazzato.

“Sei diventata bordeaux.” mi ha detto Camilla poco dopo, davanti alla macchinetta del caffè.
“Ho sentito una vampata di calore in tutto il corpo. Dai, ma puoi chiedermi una cosa del genere davanti a tutto l’ufficio? Non ci posso pensare.”
“Sei sicura che non ci sia dell’altro?”
“Cioè?”
“Dai, Isa…”
“Assolutamente no, credimi. Mi sono confidata con te per quasi due anni, all’inizio senza nemmeno conoscerti, non mi farei nessun problema a dirtelo o a fartelo capire.”
“Lo sai che verrà, vero?”
“Ma non aveva prenotato per Siviglia?”
“Non ancora.”
“Vieni anche tu, ti prego.”
“Non posso. Ma che problema c’è? Siete in tanti!”
“Sì, ma lui è il mio capo!”
“Ma smettila, sai bene che non è solo un capo.”
“Aspetta, voglio subito toglierti ogni dubbio. Non provo niente per lui e la gerarchia non c’entra nulla. Sai bene chi c’è nella mia testa e sfortunatamente anche da un’altra parte. Non voglio che inizino a circolare queste voci, lo sai come va a finire poi…”
“No, come?”
“Senti, ti ricordo che sono ancora il tuo superiore.” le ho detto cercando di rimanere seria. “Quindi è come dico io.”
Nessuna delle due è riuscita a trattenere la risata e ci siamo lasciate andare senza finire il discorso.

Quando sono tornata a casa ho ritrovato i fogli e la penna nella stessa posizione in cui li avevo lasciati la mattina.

Spazio ai desideri…
Da qualche parte avevo letto di un esercizio di origine antica utile per realizzare i propri sogni e per conoscersi nel profondo. Non mi ricordavo nulla del contesto in cui ne fossi venuta a conoscenza né se ci fossero delle regole precise da seguire, ma ero certa che dovessi scrivere su un quaderno 150 desideri, anche di difficile realizzazione. Così, un po’ per gioco, ho iniziato ad elencare i primi che mi venivano in mente.

1. Voglio comprare una casa ✔ Ok l’ho già realizzato ma 150 sono troppi, non riuscirò mai a scriverli tutti e poi ci sono ancora alcune cose da sistemare, quindi posso tenerlo qui nell’attesa di fare la lista completa.
2. Voglio fare un viaggio (Cuba)
3. Voglio trovare una persona con cui passare il resto della mia vita
4. Voglio studiare il portoghese
5. Voglio andare in Brasile
6. Voglio capire cosa voglio fare da grande
7. Voglio disegnare
8. Voglio studiare anche qualcos’altro. Non so cosa però.
9. Voglio trasferirmi al mare
10. Voglio, un giorno qualunque, fermarmi e capire di stare bene.

Potrò cominciare da questi dieci, o ne devo proprio scrivere 150? Ok ho capito, domani continuo. Chissà se mi servirà a qualcosa.

Ho chiuso il quaderno e stringendolo al petto mi sono avvicinata alla porta per aspettare il fattorino che mi avrebbe consegnato la cena.


Questo post nasce da un ritrovamento: ieri mattina stavo mettendo a posto un cassetto e ho trovato un quaderno che avevo comprato proprio per fare questo esercizio.
È la tecnica dei 101 desideri di Igor Sibaldi.
L’avevo iniziata circa sette mesi fa e poi – come spesso succede – mi ero completamente dimenticata di andare avanti. Ieri con mio grande stupore mi sono resa conto di aver realizzato almeno il 30% dei desideri che avevo scritto.
Non so cosa significhi tutto questo. Non so se sia la legge dell’attrazione, o qualcos’altro, non ne ho la più pallida idea e non lo voglio nemmeno sapere. Sono però certa che alcune cose non succedano per caso e che focalizzarsi su un obiettivo, un sogno, o qualsiasi cosa ci assomigli, anche solo ammettendo di averli, può davvero cambiare la nostra vita, come è successo a me. ❤️

pensieri liberi

La verità è che ho bisogno di una pausa. Nelle ultime settimane ho messo tutte le mie energie nel “progetto New York”, ma dall’istante in cui sono atterrata a JFK ho capito che non ero convinta di voler fare quel passo. Non sono convinta di nulla, a dire il vero. Non ho voglia di andare a lavorare stamattina. Voglio cambiare lavoro. Ecco sì, proprio questo. Devo mettermi a cercare seriamente qualcos’altro. Ma cosa? Sempre i soliti progetti di consulenza? Sempre nelle grandi aziende? Vorrei chiedere un consiglio…e lo vorrei chiedere a lui. Stefano capirebbe subito, non avrei bisogno di spiegare nulla, non dovrei nemmeno parlare. Mi guarderebbe negli occhi e mi direbbe “Cosa aspetti a cambiare lavoro?”.
E io rimarrei interdetta, gli direi che stavo pensando esattamente a quello, o forse no, perché non servirebbe nemmeno, scoppierei a ridere, lui anche, lo guarderei sorridendo e lui si avvicinerebbe per darmi un bacio, poi faremmo l’amore e ci dimenticheremmo dei dubbi, del lavoro, persino di New York. Non penseremmo a nulla.
Quanto mi manca tutto questo.
No aspetta, avevo detto che non avrei tirato fuori questo discorso.
Ricomincio a parlare di lavoro. Anzi, di New York. Quanto la amo.
Chissà come sono andati questi giorni di colloqui. Forse non è il momento giusto. Però il corso di graphic design mi è piaciuto molto. Se non mi prendono, pazienza. Voleva dire che non era destino. Certo che a volte il destino è strano. Ma non voglio parlare neanche di questo.
Quella ragazza, l’assistente con i capelli rossi…non credo di esserle piaciuta. Come si chiamava…Kathleen. Ecco, non credo di aver fatto colpo su Kathleen. Mi guardava come se non fossi al posto giusto. Quando mi osservava, con quegli occhi verdi, mi sentivo a disagio. Sembrava che mi volesse dire “Cosa ci fai qui? Non è questa la tua strada”. E allora qual è? Dimmelo tu! le avrei voluto rispondere. E se mi offrissero una posizione nel loro ufficio?
Quanto vorrei discuterne con te, Ste.
Non puoi immaginare quanto abbia bisogno dei tuoi consigli in questo momento.
Ma cosa è successo? Perché sparire così? Non sarebbe stato meglio parlarne? Sei sempre stato libero di prendere qualsiasi decisione. Scappare è una decisione? Si decide di scappare, si decide di non scegliere? Queste non sono scelte.
Prenditi tutto il tempo che ti serve, ma torna. Ti prego, torna. Come puoi abbandonarmi così? Non ti manco? Non ti manca il sole?

Qualche giorno prima, a New York, ero venuta a conoscenza della pratica delle morning pages. Tre pagine bianche da riempire con pensieri liberi, al mattino, prima di intraprendere qualsiasi attività. Non avevo capito a cosa servissero esattamente, ma in quel periodo ero portata a pensare che tutto rappresentasse un segno e pertanto, essendone venuta a conoscenza in un modo insolito – ovvero rovesciando il mio Frappuccino sui fogli della ragazza accanto a me, che dopo aver accettato le mie scuse e senza che le chiedessi nulla, mi aveva raccontato nei minimi dettagli cosa stesse facendo – avevo pensato che potesse essere utile anche a me. Dopo qualche ora ero già in possesso di un blocco di fogli, una penna blu, e la scolorina, perché potevano essere pensieri liberi, ma io rimanevo la perfezionista di sempre, quindi non avrei accettato di vedere pasticci o correzioni antiestetiche.

Iniziavo sempre parlando di lavoro, cercavo di deviare sulle domande che mi ponevo ogni giorno – una su tutte: cosa posso fare per stare bene? – ma poi tornavo sempre lì, da lui, da noi, scrivendo quesiti che si perdevano tra le righe e cercando risposte che sapevo di non trovare.

Ed era proprio questo che mi teneva legata a Stefano.

Non sapevo nulla di lui ma cercavo di convincermi del fatto che stesse soffrendo più di me, che avrei dovuto aspettare ancora un po’ e che poi sarebbe tornato, perché non poteva esserci un finale differente per quello che avevamo vissuto.

Hai mai sentito parlare di fiamme gemelle? Ho iniziato ad interessarmi all’argomento molto prima che tu decidessi di andartene. Un giorno ti avevo detto di leggere Eat, Pray Love e un altro libro, di cui avevo finto di non ricordare il titolo, perché non ero pronta ad affrontare l’argomento con te…e nemmeno con me stessa, a dire il vero. Queste coppie che si riunivano dopo anni, secoli, millenni, riscoprivano l’immensità del loro amore – proprio come noi – ma erano nuovamente destinate a separarsi, perché spesso le loro vite si era allontanate al punto da non potersi riavvicinare, o perché uno dei due non aveva raggiunto lo stesso livello di consapevolezza interiore dell’altro? Mentre leggevo, pensavo che a noi non sarebbe mai successo. Mi ritrovavo in tutte le descrizioni e le sfumature più intime dei racconti di chi aveva vissuto qualcosa di simile, ma pensavo che noi non ci saremmo mai lasciati, che non ci sarebbe stata alcuna separazione, fuga, nulla di tutto questo perché noi…noi eravamo pronti ad accettare quell’Amore.
Anche tu lo eri.
E invece te ne sei andato.
Lasciandomi qui da sola ad aspettare il giorno in cui tornerai ad abbracciarmi e a farmi sentire parte di te.
Forse è stata una fortuna troppo grande.
Forse nella vita c’è un prezzo per qualsiasi cosa.
Ma è davvero possibile che non si possa essere felici e basta?
Quanto dovrò aspettare?
Lo so che mi pensi, sai. Mi si scalda il cuore in quei momenti. Mi metto la mano sul petto e cerco di assorbire tutto l’Amore che mi mandi. E tu? Tu capisci quando ti penso, vero? E le urla? Le senti ancora? Ogni tanto cerco di allontanarmi, penso a me stessa, e quando lo faccio, sento che qualcosa mi porta via da te, è come se dovessi provare ad andare in un’altra direzione, ma poi prendo un foglio, inizio a scrivere…e torno da te. Perché il mio cuore non ha intenzione di andare altrove.
Che cosa devo fare? Da cosa devo farmi guidare?
Non posso aspettare e basta? È doloroso ma molto più semplice.
E se poi torni e non mi trovi?

Ho appoggiato la penna sul tavolo, sono andata a spegnere la moka e mi sono riseduta. Non ho riletto nulla, ma ho preso la scolorina e ho cancellato l’ultima frase.

Ricominciare

Mi sono svegliata mentre l’aereo appoggiava le ruote sulla pista.
Avevo dormito quasi per tutta la durata del viaggio, aprendo gli occhi solo quando sentivo le hostess passare accanto a me prima con lo snack, poi con la cena, e per finire con la colazione. Con un cenno del capo facevo capire che non mi sarei mossa da quella posizione apparentemente scomoda, ma che era l’unica in cui riuscivo ad addormentarmi mentre ero in volo. Ero stata per nove ore con la fronte attaccata al sedile di fronte a me e le braccia conserte sul tavolino aperto.
I due ragazzi al mio fianco non si erano mai mossi. Quando li ho visti salire sull’aereo ho immaginato che stessero tornando dal viaggio di nozze e che fossero esausti. Ma felici, tanto. Si vedeva dai loro sguardi, dal modo in cui si sfioravano le mani, anche dai vestiti che indossavano, così diversi ma perfettamente abbinati. Chissà se era stato il tempo ad amalgamarli così bene. Erano talmente belli che sarei rimasta per ore ad osservarli.

“È in orario il volo?” mi ha chiesto mia mamma poco prima che spegnessi il cellulare.
“Sì. Ci vediamo domani mattina.”
“Bene, buon viaggio!”.
Credo che fosse preoccupata. Si faceva sentire più del solito e mi rivolgeva attenzioni a cui non ero abituata, quasi sempre con il solo scopo di starmi vicina, a volte anche per cercare di capire se stessi bene, se stessi bene solo in apparenza, o se non stessi bene affatto.
La verità era che stavo in tutti e tre i modi, prima uno, poi l’altro, poi di nuovo il primo, poi un altro ancora. Stavo bene ma il momento successivo, anzi il minuto successivo, stavo molto meno bene e poi, quasi all’improvviso, mi ritrovavo sull’orlo della disperazione, con le lacrime agli occhi e un grande senso di impotenza di fronte ad una delle poche cose che, all’alba dei trent’anni, non avevo ancora imparato ad accettare. L’abbandono.

Ero partita per un viaggio meraviglioso, che avevamo organizzato a quattro mani, curandone anche i più piccoli dettagli, avevamo messo in moto la macchina, percorso chilometri e chilometri, su e giù per le colline, avevamo persino guadato dei fiumi e scalato una montagna, eravamo arrivati in cima ed eravamo scesi dall’auto per osservare il panorama, ma proprio in quel momento avevo notato qualcosa di strano, lui non c’era più, si era rimesso alla guida e stava tornando a valle. Non mi ha portata con sé, se n’è andato senza nemmeno salutarmi, forse perché farlo sarebbe stato troppo doloroso per entrambi, o forse perché non gliene importava nulla di me. Ma poteva essere davvero così? No, mi ripetevo. E allora perché l’aveva fatto?
Me lo sono chiesto per tanti mesi. Sono rimasta lassù, senza fare passi in nessuna direzione, stavo immobile aspettando che lui tornasse, avevo persino smesso di osservare il panorama, perché troppo concentrata a guardare la discesa che aveva percorso da solo e i pochi metri che mi circondavano, nei quali mi sentivo protetta. Triste, affranta e delusa, ma protetta. Ogni tanto provavo ad allontanarmi da quel punto, ma finivo sempre per farvi ritorno di corsa. Preferivo stare male piuttosto che sforzarmi di trovare un modo per stare meglio.

Fino al giorno in cui ho compiuto 30 anni.
A New York erano ancora le 18 della sera precedente. Ero lì da una settimana, avevo frequentato un corso intensivo di web design, passando talmente tante ore in aula e al pc che non ero riuscita a vedere quasi nulla della città. Le poche vie che percorrevo per andare a scuola facevano riemergere dentro di me troppi ricordi che non ero ancora pronta a guardare da quella nuova prospettiva.

Tanti auguri Bellina. Mi manchi così tanto che a volte non riesco a respirare. L’altro giorno ho trovato una frase scritta a mano su un foglio e ho pensato subito a te…“Mi mancheresti anche se non ci fossimo mai incontrati.”. Grazie di esistere.
Mi aveva scritto in modo del tutto inaspettato senza sapere che mi trovassi negli Stati Uniti, allo scoccare della mezzanotte italiana, dopo un silenzio di più di due mesi, durante i quali mi ero posta tante domande senza mai rivolgerle a lui, convinta com’ero di dovermi limitare a sopravvivere fino al giorno in cui sarebbe tornato. E forse anche sicura che fosse giusto soffrire per poterlo, un giorno, riabbracciare.

Ed ecco che quel giorno era finalmente arrivato. Almeno, questo era ciò che pensavo mentre leggevo l’anteprima del messaggio.
“Grazie…mi manchi…” mi sono limitata a rispondere.
“Che fai, dono stupendo?”
“Sono a New York.” Gli ho risposto, continuando a fingere che il suo comportamento fosse normale.
“A New York? Davvero? A fare cosa?”
“Un corso di web design. Ma torno in Italia tra poche ore. Sono già in aeroporto. Tu che fai?”
“Niente, sono a casa con alcuni amici. Come festeggi?”
“Sarei felice di vederti. Tanto…vedi tu, se e quando puoi…” ho ammesso.

Non ho mai ricevuto risposta. Ero talmente sconvolta che non ho raccontato a nessuno cosa fosse successo. Non ho avuto il coraggio di dirlo nemmeno alle amiche più strette: dato un lato mi vergognavo per lui (e un po’ anche per me), dall’altro cercavo, per certi versi, di proteggerlo. Ancora.
È sparito di nuovo, per un periodo ancora più lungo.
Così mi sono ritrovata a spegnere le candeline da sola e mentre soffiavo auguravo a me stessa solo una cosa: di riuscire a ricominciare.

Avevo paura.
Dovevo guardarmi dentro per darmi delle spiegazioni.
Vedevo di fronte a me solo un enorme punto di domanda.
Ero costretta a sentirmi compatita da chi non si spiegava come fossi rimasta sola, a sentirmi incompresa da chi non capiva perché avessi messo in moto quel meccanismo autodistruttivo, a sentirmi per giunta colpevole di averlo fatto.

Ma da qualche parte, in fondo al mio cuore, ero anche entusiasta.
Stavo scoprendo, un po’ alla volta, il lato più bello della libertà, quella vera e consapevole.
Stavo imparando a vivere con leggerezza e maturità, alternandole in base al mio umore e a ciò che ogni giorno mi trovavo ad affrontare.
Potevo finalmente dedicare tempo a me stessa.

Dal giorno del mio trentesimo compleanno mi sono tuffata in quella nuova vita, cercando di seguire sempre i miei istinti, senza pensare a cosa fosse giusto, o meglio scegliendo solo ciò che io consideravo tale.
E così ho iniziato a ritrovare me stessa e a vivere davvero, come forse non avevo mai fatto prima.

Concorso “Il mio esordio”

Non avrei mai pensato, due anni fa, di essere in grado di scrivere un libro.
Che poi questo libro abbia mille difetti (forse non si può nemmeno definire “libro”) è un altro discorso…
Sono riuscita a scrivere una storia con un inizio e una fine e credetemi, per me – madre di innumerevoli seppur fantastici progetti inconclusi – è un traguardo di un certo valore.

Certo, avevo un obiettivo e questo mi ha aiutata molto. Come vi avevo anticipato, mi volevo iscrivere al concorso “Il mio esordio“. L’ho fatto ovviamente di corsa e all’ultimo minuto, due giorni prima di sposarmi, maledicendomi in tutte le lingue, ma a posteriori credo che fosse proprio quello il momento giusto.

Per partecipare alla categoria dei libri illustrati, ho dovuto selezionare un formato particolare, con pagine in A4 quasi plastificate…insomma, mi è arrivato a casa un mattone di 5kg, che vi invito – visto il prezzo – a non acquistare. Cercherò di sistemare questo aspetto alla fine del concorso.
Però ecco, se mi volete sostenere in questa missione, vi lascio il link: http://ilmiolibro.kataweb.it/libro/narrativa/352717/da-adesso-in-poi/.
Il sistema è un po’ macchinoso, occorre registrarsi, ma basta inserire pochi dati e cliccare successivamente sul tasto “Supporta il libro”.

Avrei voluto regalarvi qualcosa di diverso, ma per ora sono riuscita solo a raccogliere tutti i post…spero di trovare presto il modo per ringraziarvi a dovere e devo ammettere che ho più di un’idea…
Questo percorso mi ha aiutata a capire che forse la vita si dovrebbe sempre costruire partendo da quattro pilastri: sogni, sentimenti, costanza, coraggio. Cercherò di farne tesoro e di svegliarmi ogni mattina pensando che l’ho “scoperto” grazie a questo blog e al libro che, post dopo post, ho scritto insieme a voi.
❤️

basta crederci

Cara Bellina,

continuo a ripensare all’ultima sera…a quel bacio…ai tuoi occhioni che sprigionavano amore, allegria, energia e tutte le cose più belle che una persona possa trasmettere e diffondere nel mondo. Ripenso anche alla paura che ho provato quando stavamo per raggiungere quel bivio e ai secondi che hanno preceduto l’ultimo Stop prima della tua svolta a destra.

Credo che una parte di me lo sapesse fin dall’inizio. Anzi, su questo non ho dubbi, ma speravo di sbagliarmi.

Pensavo che un futuro insieme fosse la cosa più logica e scontata che ci potesse capitare dopo quello che avevamo passato e voluto fortemente. Pensavo che, dopo i primi sforzi e le prime decisioni complicate, ci sarebbe stata la ricompensa che tanto desideravo. Invece c’è stato un momento, e poi un altro ancora, in cui ho avuto l’impressione che questo pozzo di imprevedibilità non avesse una fine. E ho più volte pensato che non avrei mai dovuto togliere la copertura che lo aveva isolato per tutti quegli anni. Perché ad imprevedibilità continuava ad aggiungersi imprevedibilità e non avevo idea di come si potesse fermare questa “emorragia”, come l’ho definita nei giorni più bui.

Pensavo di poterla bloccare restando immobile e forse – dico forse – effettivamente ne traevo qualche beneficio.
Ma era un benessere effimero.
E credo anche non del tutto autentico.

Così non ho avuto altra scelta che continuare ad attingere a quel pozzo e lasciarmi stupire dall’evolversi degli eventi e da ciò che la vita aveva deciso di mettermi di fronte. E’ stata una delle prove più difficili che abbia mai dovuto affrontare, per certi aspetti forse la più dura, perché nei momenti di sconforto non facevo altro che pensare al fatto che fosse partito tutto da una mia decisione: quella di non soccombere alla paura di cambiare.

La sensazione è stata quella di cadere da un’altezza incalcolabile, con una prima parte di volo libero, in picchiata, con l’aria in faccia che non mi permetteva di respirare e di tenere gli occhi aperti, fino a quando ho capito di avere un paracadute. L’ho aperto e solo allora ho iniziato, un po’ alla volta, a sorvolare sul passato e a guardare oltre, ritrovandomi e iniziando a vivere davvero, come forse non avevo mai fatto prima.

Ti auguro di mantenere sempre viva la persona che hai scoperto di essere.
Quella ragazzina bionda con gli occhi sempre lucidi, mille paure e milleuno desideri, sei Tu. La parte più bella di te. Non lasciarla andare via. Proteggila sempre e cerca di tenerla viva.
Ti svelo un segreto: si nutre di sogni.
E tra tutti i sogni ne ha uno, il più grande…falla scrivere. Falla anche disegnare ogni tanto, ma non dimenticarti mai di farla scrivere.

Un giorno tutto questo avrà un senso, te lo prometto.

Isabella

Stefano aveva deciso di andarsene.
Non quella sera, probabilmente molto prima, o forse non aveva deciso proprio nulla ma si è fatto sopraffare dagli eventi. Non l’ho mai saputo. Ad ogni modo se n’è andato.
Senza spiegazioni, senza una parola, un messaggio, una telefonata.

Un giorno, qualche mese dopo, gli ho chiesto se ci potessimo vedere. Anzi, gli ho detto che sarei stata felice di vederlo.
Non ho mai ricevuto risposta.

Ho smesso persino di cercarle, le risposte, perché farlo era troppo doloroso.

Non ho avuto altra scelta che iniziare a pensare solo a me stessa.
Vi ricordate di quel colloquio che avevo fatto a New York?
Un giorno mi sono messa in contatto con le persone con cui avevo parlato. Non c’erano opportunità di collaborazione in quel momento, ma mi hanno consigliato di seguire i corsi di creatività online del cliente con cui avrebbero voluto farmi lavorare.

Così mi sono iscritta. Uno dei primi esercizi chiedeva di inviare una lettera al bambino o alla bambina che c’è in ognuno di noi.
Il risultato è quello che leggete, virgolettato, qui sopra.

Fine


So che molti di voi resteranno delusi.
Mi avete scritto in tanti chiedendomi il lieto fine, a volte quasi implorandomi di scriverlo, forse perché c’è davvero bisogno di credere che un Amore del genere possa esistere e possa durare per sempre.
Anch’io, come voi, ho sperato a lungo che potesse essere così. Per mesi e mesi sono stata molto combattuta, ho cambiato idea innumerevoli volte, pensavo addirittura di non avere le capacità di scrivere un finale più originale.
Il lieto fine era la soluzione più semplice e quella che avrebbe accontentato tutti.

Ma la vita è strana e come vi ho detto più volte, con me lo è stata particolarmente, al punto che mi sono quasi sentita costretta a raccontarvelo.

Non sempre le cose vanno come immaginiamo, ma è proprio in quel momento che bisogna tirare fuori il coraggio e abbandonarsi a ciò che non possiamo, in alcun modo, controllare.

Isabella sta bene e la sua vita è diventata, giorno dopo giorno, sempre più magica.
Il lieto fine per me è sempre stato questo: avere la certezza di poter superare qualsiasi dolore e ostacolo camminando nella direzione dei propri sogni.
Tutto il resto poi viene a bussare alla nostra porta, Amore compreso. Basta crederci.

Ma questa è un’altra storia, che cercherò di raccontarvi.

Ho scritto tutto il post con le lacrime agli occhi, dovrei scrivere un altro libro solo per i ringraziamenti.
GRAZIE DI ❤ per avermi accompagnata, spesso mano nella mano, in questa follia.
Benedetta

perchè non lo lasci andare?

Mi aveva dato appuntamento alle 20.30 di fronte al suo ufficio, o meglio sul marciapiede di fronte, all’angolo in prossimità del bar, probabilmente per evitare che dessi troppo nell’occhio.

Alle 20.15 ero già lì, col il telefono in mano in attesa di un suo messaggio. Sapeva che arrivavo da Firenze e pertanto ritenevo impossibile che non si presentasse. Si è fatto attendere quasi un’ora. Poco prima delle 21.30 l’ho intravisto mentre usciva dal portone del palazzo del numero civico 104, mentre parlava con qualcuno al cellulare.

“Scusa Bellina, ero talmente preso che non sono nemmeno riuscito a scriverti per dirti che non ero in orario.”
“Non ti preoccupare.”

Erano bastati pochi secondi e qualche incrocio di sguardi per farmi capire che non stava bene. Cosa che di per sé non era affatto una novità, ma che mi lasciava ogni volta sempre più attonita e perplessa. Pensavo che un’eventuale ripresa dovesse essere quasi fisiologica e che non potesse apparire peggio di come l’avevo trovato durante l’incontro precedente, ma la verità era che non accennava a rialzarsi e che anzi, si stava chiudendo sempre di più in se stesso e nei suoi timori.
In quei momenti vedevo molto più chiaramente i passi in avanti fatti da me, al punto che negli ultimi mesi avevo l’impressione che Stefano trovasse sempre il modo di sconvolgere l’equilibrio che stavo faticosamente trovando.
“Vado a cuor leggero.” avevo scritto ad una mia amica durante il viaggio sul Frecciarossa. “Ieri, inaspettatamente, mi ha risposto con un lungo messaggio ad un semplice Come stai?. Abbiamo iniziato a chiacchierare e mi ha chiesto se avessi voglia di uscire a cena stasera. Come sempre queste cose succedono nei momenti in cui sto benissimo.”
“Sei ironica?” mi ha domandato lei.”
“No…da due giorni ero in pace con me stessa e con il mondo, nonostante mia mamma non la pensasse allo stesso modo e me lo facesse presente in ogni istante. Dicevo tra me e me “Andrà come deve andare.”, mi sentivo bene, come non succedeva da tempo. E lui, da nulla…mi ha scritto un papiro.”
“Ma lui va in ferie da qualche parte? Te l’avevo detto che si sarebbe fatto vivo prima della tua partenza. Ne ero troppo sicura.”
“Non ne ho idea. Io invece non sono più sicura di niente, pensa te.” le ho risposto aggiungendo una serie di emoji spiritose alla fine della frase.

Non avevo certezze, tranne una.
Le mille sfumature di quella sensazione di angoscia che si presentava quando spariva per intere settimane, quando ricompariva all’improvviso come se nulla fosse per poi sparire di nuovo, quando mi rendevo conto di non avere idea di cosa stesse facendo, pensando, dicendo, progettando, quando lo vedevo triste e abbattuto, quando mi sembrava freddo e distante, quando pensavo che non sarebbe mai più tornato da me…tutto questo spariva in un attimo. L’attimo in cui ci riconnettevamo. Poteva essere il tocco della sua mano, uno sguardo più profondo, un sorriso diverso, una parola speciale, ma c’era sempre un momento che riportava tutto al punto di partenza e che rappresentava la risposta alla domanda “Perché non lo lasci andare?“.
Tornavamo sempre, entrambi, inconsciamente, per vivere quell’attimo. Quella sensazione che calmava il mare in burrasca, che ci proteggeva dalla tempesta e che metteva in secondo piano qualsiasi problema e tormento.

“Cosa stai combinando oggi?” mi ha chiesto sorridendo.
Tac. In quell’istante ho sentito quella carezza al cuore che stavo aspettando da quasi un mese.
“Niente…”
“Bellina…”
“Hai sentito le urla?”
“Sì. Ma non solo oggi. Evito di dirtelo ogni volta perché non ti voglio disturbare.”
“Non mi disturbi mai, lo sai…comunque non sto combinando proprio nulla, credimi.” ho ripetuto, nonostante sapessi che non fosse vero. Qualche settimana prima del nostro incontro alcune amiche mi avevano presentato un ragazzo, costringendomi successivamente a uscire con lui per un aperitivo. E poi un caffè. E poi una cena. Gli rispondevo seguendo alla lettera i loro consigli, quasi sotto dettatura, consapevole del fatto che non me ne importasse quasi nulla né di lui né dei posti strabilianti in cui mi portava, perché io la felicità l’avevo trovata nei bar più squallidi della città, con una lattina di birra in mano, spesso anche senza, ma sempre di fronte a quegli occhi blu che continuavo a cercare in ogni persona. E che non trovavo, mai. Neanche in quel malcapitato che però – dovevo ammettere – era molto simpatico.
Ho preferito non aprire nemmeno l’argomento con Stefano: non avevo alcun interesse a farlo ingelosire o irritare.
Inoltre, non volevo mentire a me stessa. Tutto ciò che desideravo era davanti ai miei occhi.

“Che farai quest’estate?”
“Vado in Messico, parto sabato mattina!” gli ho risposto entusiasta.
“In Messico? E con chi?” mi ha chiesto stupito.
“Con dei colleghi e alcuni loro amici che non conosco.”
“Ma in quanti siete?”
“In totale otto.”
“Uomini?”
“Tutti uomini.”
“Cioè, mi stai dicendo che sarete tu e 7 uomini?”
“Ste, sto scherzando…sono quattro, Marco e Gianluca – hai presente, quello delle Vendite? – e altri due che non so chi siano. Ma che importanza ha…”
“Ok.” mi ha risposto, senza aggiungere altro. “Il lavoro va bene?”
“Insomma…una noia tremenda.” ho ammesso. “Sto facendo qualche colloquio.”
“Ma come, non mi dici niente?” mi ha chiesto, come al solito.
“Ancora…”
“Cosa?”
“Niente Ste. Non ti ho detto nulla perché c’è poco da raccontare…non ho molta voglia di cambiare azienda.”.
Non potevo nemmeno pensare di rivoluzionare anche quell’aspetto della mia vita, ma avevo cominciato a guardarmi intorno.
“Sei stupenda.”
“No…” gli ho risposto, ritraendo la mano.
“Sei stupenda Bellina. Mi sei mancata tantissimo. Non ti immagini neanche quanto mi senta bene in questo momento. Sei una boccata di aria fresca.”
“Ma tu piuttosto cosa stai combinando?” gli ho chiesto. “Dove vivi, cosa fai…?”
Era così strano fargli quelle domande, quando fino a poco tempo prima conoscevo qualsiasi aspetto della sua vita, perché mi coinvolgeva nella quasi totalità delle decisioni. Ma un po’ alla volta mi ero abituata alla necessità di chiedergli degli aggiornamenti.
“Vivo tra Milano e Genova. Mi sposto sempre più spesso, penso che a breve inizierò proprio a fare il pendolare.”
“In che senso?”
“Un po’ qui e un po’ lì, senza fissa dimora.”
“Ma come mai?”
“Storia lunga…” mi ha risposto, facendomi capire che non voleva approfondire l’argomento.
“Ho capito…” ho tagliato corto, dispiaciuta per quel silenzio. “Per il resto tutto ok?”
“Bellina, non c’è niente che vada per il verso giusto.”
“Nemmeno il lavoro?”
“No…ho problemi di varia natura. Un casino dietro l’altro. Con Boston ho proprio chiuso.”
“Davvero? Non tornerai più negli Stati Uniti?”
“No, ho dato gli ultimi due esami che mi mancavano.” mi ha risposto, aggiungendo poco dopo. “Bellina, voglio che tu sappia che per me non è cambiato nulla.”
“Me l’hai sempre detto. Faccio fatica a credere che sia davvero così, però non ti voglio contraddire.”

Mi ha preso la mano e immediatamente ho avvertito un brivido lungo tutta la schiena. Ho abbassato gli occhi sul piatto per nascondere una lacrima.
“Lo senti questo?” mi ha chiesto.
“Certo. Come potrei non sentirlo.”. Era quasi doloroso ammettere che ero ancora totalmente immersa in quel fiume di emozioni.
“Anch’io. Sempre. Non dubitarne mai.”.

Abbiamo pagato il conto e siamo usciti dal ristorante mano nella mano.
“Sei venuta in motorino?”
“No, mi sono fatta prestare una macchina per la serata. L’ho parcheggiata più avanti, è quella rossa là in fondo, la vedi?”
“Sì. Io sono in motorino. L’ho lasciato sotto l’ufficio, se mi aspetti vado a recuperarlo.”
“Ok, resto qui.”.

Quando è arrivato, l’ha messo sul cavalletto e mentre parlava mi sono seduta sopra, tenendo entrambe le gambe da un lato.
“Quanto sei bella…questa immagine mi resterà impressa per tutta la vita. Sei raggiante.”
“Tu sembri un altro rispetto a tre ore fa.”
“Lo so, lo sento…”.

Si è avvicinato per darmi un bacio infinito, come lo chiamava lui. Uno di quelli che ci sentivamo addosso fino al giorno dopo e oltre. Quando ci siamo staccati ci siamo resi conto di avere perso il contatto con la realtà.
Ci siamo stretti in un altro abbraccio, senza dire nulla, fino a quando ci siamo staccati perché sapevamo entrambi che era arrivato il momento di salutarsi, chissà perché poi…perché non abbiamo dormito insieme quella notte? Cosa ce lo ha impedito? Nulla, o forse tutto.
Quando sono entrata in macchina ho abbassato il finestrino. Lui si è avvicinato, ha abbassato la testa e mi ha dato un altro bacio, che era diverso ma sembrava quasi la continuazione di quello precedente.

Ho messo in moto l’auto e mi sono avviata verso casa. Stefano mi ha seguita fino all’ultimo, viaggiando accanto a me. Ci alternavamo per guardare la strada davanti a noi, ma c’era sempre un attimo in cui incrociavamo lo sguardo.
Mi ha accompagnata fino a quando ha potuto, fino a quando la strada è finita in un bivio. In quel punto esatto, ci siamo guardati ancora più intensamente, i miei occhi gridavano Non te andare, i suoi…anche i suoi.
Perché lui non se ne voleva andare.
E quello non doveva essere il nostro ultimo bacio.