Per qualche giorno ho seguito alla lettera il consiglio di mio fratello, provando ad allentare il freno a mano con cui cercavo di gestire il mio rapporto con Stefano, anche perché nel frattempo avevo ricevuto altre due testimonianze del suo effetto positivo sulla mia vita, entrambe di amiche che mi conoscevano dagli anni delle scuole elementari. Mi avevano chiamata la mattina successiva dicendomi più o meno le stesse cose: mi avevano trovata diversa dal solito e molto più simile a “com’ero io in realtà”.
Che cosa significava esattamente? In quel momento non riuscivo proprio a comprenderlo, ma era solo questione di tempo: sarei arrivata presto a capire fino a che punto, nella mia relazione con Gabriele, mi fossi annullata e trasformata in una persona che era distante anni luce da quella che sarei diventata se non avessi completamente messo da parte me stessa per assecondarlo.

parallelismiCome dicevo, mi sono lasciata andare. Non senza angosce e sensi di colpa, anzi. Loro mi facevano sempre compagnia, ma avevo deciso di ignorarli. Per la prima volta in un periodo di tempo di cui non riuscivo nemmeno ad intravedere i confini, stavo pensando al mio bene. Di tutto il resto mi sarei occupata più avanti.

Comunicavo con Stefano giorno e notte, con qualsiasi mezzo avessi a disposizione. Non dormivo mai per più di tre ore di seguito. Lui nemmeno. Non so dove trovassi la forza per lavorare, sistemare la casa, pensare nei ritagli di tempo ai preparativi del matrimonio, che in qualche modo stavo portando avanti. Era come se stessi organizzando la cerimonia di qualcun altro. Poi ho capito che l’energia che avevo arrivava dal sentimento che si stava risvegliando dentro di me. Che non era tanto quello che provavo per lui, ma anche – e soprattutto – quello che provavo per me stessa. Stavo facendo un grande casino, ma ero felice. E quella che guardavo allo specchio era la più bella versione di Isabella che avevo visto negli ultimi anni.

Durante le nostre chiacchierate, ci sembrava di essere due esploratori. Stavamo scoprendo un mondo nuovo, fatto di sintonia, complicità, interessi comuni, connessioni e comprensione. Uno degli aspetti più sconvolgenti del nostro rapporto, oltre a quello che riguardava le coincidenze, di cui parlerò più avanti, è sempre stato quello legato ai parallelismi che sembravano aver accompagnato le nostre vite.

Erano solo suggestioni o eravamo così simili proprio perché avevamo vissuto situazioni analoghe più o meno nello stesso momento?

Eravamo cresciuti entrambi in famiglie complicate. Molto. Subissati di stima, lodi e ricchezza materiale di ogni tipo, ma mai di affetto.
Tutti e due avevamo vissuto un enorme dolore per la perdita di una persona, lo stesso giorno dello stesso anno. Il 31 gennaio 2010. Ci eravamo fatti carico di quella sofferenza, portandone sulle spalle il peso di tutti, non solo il nostro.
Le nostre relazioni erano una la fotocopia dell’altra. Vivevamo con una persona completamente diversa da noi, con la quale non avevamo quasi niente in comune, ma dalla quale non potevamo pensare di separarci. Probabilmente perché colmava un nostro grande vuoto, che non sapevamo di avere. Anzi, pensavamo entrambi di essere le persone più indipendenti e sicure dei nostri giri di conoscenze.
Ci eravamo laureati, sia alla triennale che alla specialistica, lo stesso giorno, con gli stessi voti. 110 e lode, ovviamente.
Io in marketing, lui in informatica. Per frequentare l’università, avevamo lasciato le nostre città di origine, che amavamo più di ogni altro posto al mondo.
Dopo la specialistica avevamo fatto entrambi un master all’estero, senza una reale necessità a fini educativi. Io mi ero iscritta a informatica, lui a marketing. Io a Hong Kong, lui a New York. In un modo o nell’altro, eravamo arrivati ad avere lo stesso identico background, arricchito dal corso di graphic design che aveva rappresentato il primo punto di contatto del nostro percorso.
Le nostre carriere procedevano da sempre di pari passo. Una volta rientrati in Italia – dopo innumerevoli discussioni con le nostre metà che non ne volevano sapere – avevamo iniziato a lavorare come stagisti in due aziende molto simili. Il parallelismo non era preciso come all’inizio perché, nel mio caso, per convincere Gabriele a lasciare Singapore, la città in cui nel frattempo ci eravamo trasferiti, mi erano serviti più di tre anni. Principalmente per trovare la forza di ammettere a me stessa che stavo sbagliando tutto. Ho poi comunque continuato a farlo, anche in Italia, ma un po’ alla volta ho iniziato ad aprire gli occhi, fino a quanto Stefano me li ha fatti completamente spalancare.
Ad ogni modo, nel febbraio di due anni diversi – e in un momento di lucida follia – avevamo lasciato due lavori stabili e che ci davano diverse soddisfazioni per provare a dedicarci a progetti apparentemente casuali e sconclusionati ma che in realtà ci stavano più a cuore. Per sei mesi, ho scritto su diversi blog e magazine specializzati in marketing e tecnologia. Poi all’improvviso ho chiuso tutte le collaborazioni che avevo messo in piedi. Lui ha creato una società. Poi all’improvviso l’ha ceduta ad un amico.
Non lo sapevamo, ma non eravamo ancora abbastanza coraggiosi per provare davvero a realizzare i nostri sogni.
Avevamo infatti deciso di ributtarci nel classico percorso corporate. Una scelta in apparenza “sbagliata” – entrambi siamo ciò che di più distante possa esistere dalla classica figura del professionista in azienda – ma dettata dall’istinto: in quel momento era quello che ci serviva. Probabilmente, come vi ho già raccontato, per farci incontrare una seconda volta.