Mi aveva dato appuntamento alle 20.30 di fronte al suo ufficio, o meglio sul marciapiede di fronte, all’angolo in prossimità del bar, probabilmente per evitare che dessi troppo nell’occhio.

Alle 20.15 ero già lì, col il telefono in mano in attesa di un suo messaggio. Sapeva che arrivavo da Firenze e pertanto ritenevo impossibile che non si presentasse. Si è fatto attendere quasi un’ora. Poco prima delle 21.30 l’ho intravisto mentre usciva dal portone del palazzo del numero civico 104, mentre parlava con qualcuno al cellulare.

“Scusa Bellina, ero talmente preso che non sono nemmeno riuscito a scriverti per dirti che non ero in orario.”
“Non ti preoccupare.”

Erano bastati pochi secondi e qualche incrocio di sguardi per farmi capire che non stava bene. Cosa che di per sé non era affatto una novità, ma che mi lasciava ogni volta sempre più attonita e perplessa. Pensavo che un’eventuale ripresa dovesse essere quasi fisiologica e che non potesse apparire peggio di come l’avevo trovato durante l’incontro precedente, ma la verità era che non accennava a rialzarsi e che anzi, si stava chiudendo sempre di più in se stesso e nei suoi timori.
In quei momenti vedevo molto più chiaramente i passi in avanti fatti da me, al punto che negli ultimi mesi avevo l’impressione che Stefano trovasse sempre il modo di sconvolgere l’equilibrio che stavo faticosamente trovando.
“Vado a cuor leggero.” avevo scritto ad una mia amica durante il viaggio sul Frecciarossa. “Ieri, inaspettatamente, mi ha risposto con un lungo messaggio ad un semplice Come stai?. Abbiamo iniziato a chiacchierare e mi ha chiesto se avessi voglia di uscire a cena stasera. Come sempre queste cose succedono nei momenti in cui sto benissimo.”
“Sei ironica?” mi ha domandato lei.”
“No…da due giorni ero in pace con me stessa e con il mondo, nonostante mia mamma non la pensasse allo stesso modo e me lo facesse presente in ogni istante. Dicevo tra me e me “Andrà come deve andare.”, mi sentivo bene, come non succedeva da tempo. E lui, da nulla…mi ha scritto un papiro.”
“Ma lui va in ferie da qualche parte? Te l’avevo detto che si sarebbe fatto vivo prima della tua partenza. Ne ero troppo sicura.”
“Non ne ho idea. Io invece non sono più sicura di niente, pensa te.” le ho risposto aggiungendo una serie di emoji spiritose alla fine della frase.

Non avevo certezze, tranne una.
Le mille sfumature di quella sensazione di angoscia che si presentava quando spariva per intere settimane, quando ricompariva all’improvviso come se nulla fosse per poi sparire di nuovo, quando mi rendevo conto di non avere idea di cosa stesse facendo, pensando, dicendo, progettando, quando lo vedevo triste e abbattuto, quando mi sembrava freddo e distante, quando pensavo che non sarebbe mai più tornato da me…tutto questo spariva in un attimo. L’attimo in cui ci riconnettevamo. Poteva essere il tocco della sua mano, uno sguardo più profondo, un sorriso diverso, una parola speciale, ma c’era sempre un momento che riportava tutto al punto di partenza e che rappresentava la risposta alla domanda “Perché non lo lasci andare?“.
Tornavamo sempre, entrambi, inconsciamente, per vivere quell’attimo. Quella sensazione che calmava il mare in burrasca, che ci proteggeva dalla tempesta e che metteva in secondo piano qualsiasi problema e tormento.

“Cosa stai combinando oggi?” mi ha chiesto sorridendo.
Tac. In quell’istante ho sentito quella carezza al cuore che stavo aspettando da quasi un mese.
“Niente…”
“Bellina…”
“Hai sentito le urla?”
“Sì. Ma non solo oggi. Evito di dirtelo ogni volta perché non ti voglio disturbare.”
“Non mi disturbi mai, lo sai…comunque non sto combinando proprio nulla, credimi.” ho ripetuto, nonostante sapessi che non fosse vero. Qualche settimana prima del nostro incontro alcune amiche mi avevano presentato un ragazzo, costringendomi successivamente a uscire con lui per un aperitivo. E poi un caffè. E poi una cena. Gli rispondevo seguendo alla lettera i loro consigli, quasi sotto dettatura, consapevole del fatto che non me ne importasse quasi nulla né di lui né dei posti strabilianti in cui mi portava, perché io la felicità l’avevo trovata nei bar più squallidi della città, con una lattina di birra in mano, spesso anche senza, ma sempre di fronte a quegli occhi blu che continuavo a cercare in ogni persona. E che non trovavo, mai. Neanche in quel malcapitato che però – dovevo ammettere – era molto simpatico.
Ho preferito non aprire nemmeno l’argomento con Stefano: non avevo alcun interesse a farlo ingelosire o irritare.
Inoltre, non volevo mentire a me stessa. Tutto ciò che desideravo era davanti ai miei occhi.

“Che farai quest’estate?”
“Vado in Messico, parto sabato mattina!” gli ho risposto entusiasta.
“In Messico? E con chi?” mi ha chiesto stupito.
“Con dei colleghi e alcuni loro amici che non conosco.”
“Ma in quanti siete?”
“In totale otto.”
“Uomini?”
“Tutti uomini.”
“Cioè, mi stai dicendo che sarete tu e 7 uomini?”
“Ste, sto scherzando…sono quattro, Marco e Gianluca – hai presente, quello delle Vendite? – e altri due che non so chi siano. Ma che importanza ha…”
“Ok.” mi ha risposto, senza aggiungere altro. “Il lavoro va bene?”
“Insomma…una noia tremenda.” ho ammesso. “Sto facendo qualche colloquio.”
“Ma come, non mi dici niente?” mi ha chiesto, come al solito.
“Ancora…”
“Cosa?”
“Niente Ste. Non ti ho detto nulla perché c’è poco da raccontare…non ho molta voglia di cambiare azienda.”.
Non potevo nemmeno pensare di rivoluzionare anche quell’aspetto della mia vita, ma avevo cominciato a guardarmi intorno.
“Sei stupenda.”
“No…” gli ho risposto, ritraendo la mano.
“Sei stupenda Bellina. Mi sei mancata tantissimo. Non ti immagini neanche quanto mi senta bene in questo momento. Sei una boccata di aria fresca.”
“Ma tu piuttosto cosa stai combinando?” gli ho chiesto. “Dove vivi, cosa fai…?”
Era così strano fargli quelle domande, quando fino a poco tempo prima conoscevo qualsiasi aspetto della sua vita, perché mi coinvolgeva nella quasi totalità delle decisioni. Ma un po’ alla volta mi ero abituata alla necessità di chiedergli degli aggiornamenti.
“Vivo tra Milano e Genova. Mi sposto sempre più spesso, penso che a breve inizierò proprio a fare il pendolare.”
“In che senso?”
“Un po’ qui e un po’ lì, senza fissa dimora.”
“Ma come mai?”
“Storia lunga…” mi ha risposto, facendomi capire che non voleva approfondire l’argomento.
“Ho capito…” ho tagliato corto, dispiaciuta per quel silenzio. “Per il resto tutto ok?”
“Bellina, non c’è niente che vada per il verso giusto.”
“Nemmeno il lavoro?”
“No…ho problemi di varia natura. Un casino dietro l’altro. Con Boston ho proprio chiuso.”
“Davvero? Non tornerai più negli Stati Uniti?”
“No, ho dato gli ultimi due esami che mi mancavano.” mi ha risposto, aggiungendo poco dopo. “Bellina, voglio che tu sappia che per me non è cambiato nulla.”
“Me l’hai sempre detto. Faccio fatica a credere che sia davvero così, però non ti voglio contraddire.”

Mi ha preso la mano e immediatamente ho avvertito un brivido lungo tutta la schiena. Ho abbassato gli occhi sul piatto per nascondere una lacrima.
“Lo senti questo?” mi ha chiesto.
“Certo. Come potrei non sentirlo.”. Era quasi doloroso ammettere che ero ancora totalmente immersa in quel fiume di emozioni.
“Anch’io. Sempre. Non dubitarne mai.”.

Abbiamo pagato il conto e siamo usciti dal ristorante mano nella mano.
“Sei venuta in motorino?”
“No, mi sono fatta prestare una macchina per la serata. L’ho parcheggiata più avanti, è quella rossa là in fondo, la vedi?”
“Sì. Io sono in motorino. L’ho lasciato sotto l’ufficio, se mi aspetti vado a recuperarlo.”
“Ok, resto qui.”.

Quando è arrivato, l’ha messo sul cavalletto e mentre parlava mi sono seduta sopra, tenendo entrambe le gambe da un lato.
“Quanto sei bella…questa immagine mi resterà impressa per tutta la vita. Sei raggiante.”
“Tu sembri un altro rispetto a tre ore fa.”
“Lo so, lo sento…”.

Si è avvicinato per darmi un bacio infinito, come lo chiamava lui. Uno di quelli che ci sentivamo addosso fino al giorno dopo e oltre. Quando ci siamo staccati ci siamo resi conto di avere perso il contatto con la realtà.
Ci siamo stretti in un altro abbraccio, senza dire nulla, fino a quando ci siamo staccati perché sapevamo entrambi che era arrivato il momento di salutarsi, chissà perché poi…perché non abbiamo dormito insieme quella notte? Cosa ce lo ha impedito? Nulla, o forse tutto.
Quando sono entrata in macchina ho abbassato il finestrino. Lui si è avvicinato, ha abbassato la testa e mi ha dato un altro bacio, che era diverso ma sembrava quasi la continuazione di quello precedente.

Ho messo in moto l’auto e mi sono avviata verso casa. Stefano mi ha seguita fino all’ultimo, viaggiando accanto a me. Ci alternavamo per guardare la strada davanti a noi, ma c’era sempre un attimo in cui incrociavamo lo sguardo.
Mi ha accompagnata fino a quando ha potuto, fino a quando la strada è finita in un bivio. In quel punto esatto, ci siamo guardati ancora più intensamente, i miei occhi gridavano Non te andare, i suoi…anche i suoi.
Perché lui non se ne voleva andare.
E quello non doveva essere il nostro ultimo bacio.