Ho tolto le scarpe e mi sono buttata sul letto, appoggiando sul pavimento la borsa, dopo aver cercato al suo interno il quaderno. Volevo rileggere ciò che avevo scritto poco prima, rivolgendomi a una terza persona, con il cuore in mano e attraverso le parole della parte di me più timorosa e fragile, ma capace di prendere coraggio riga dopo riga.

 

Qualcosa in più
Siamo cresciuti insieme e abbiamo condiviso semplicemente…tutto.
E lasciarlo è difficile. Tanto. Cercherò di spiegarti cosa sto provando.

In realtà a pensarci bene la mia prima crisi si è manifestata intorno ai vent’anni.
Dopo essere stati compagni di classe per tutto il liceo, le nostre strade scolastiche si sono divise. Ho vissuto il primo anno di università in modo completamente passivo. Frequentavo tutte le lezioni, chiacchieravo con i compagni, ma la mia vita era un’altra cosa. La mia vita è ed ed sempre stata quella strettamente legata a Gabriele e ai nostri amici in comune, fatta di serate a casa davanti a un film, di weekend a Viareggio, di cene dai suoi genitori.

Poi è successo all’improvviso. Ho iniziato a frequentare un corso di Design, una sera a settimana. E lì ho incontrato Stefano. Parlavamo poco, cercavo di evitarlo, abbassavo lo sguardo quando i miei occhi incrociavano i suoi.
Ma ogni volta tornavo a casa e avevo l’impressione di essere in una gabbia. Ricordo quanto questa sensazione mi avesse spaventata e l’esatto momento in cui mi sono affidata alla razionalità, al buon senso e alla paura di restare sola.
Pensavo che fosse una crisi passeggera, non ne ho parlato con nessuno, ingoiando i miei dubbi, certa che non si sarebbero più ripresentati.
Ma dopo qualche annoero punto e a capo. Perchè la vita è così: prima o poi ti ripresenta il conto da saldare.

L’ho incontrato nel corridoio dell’azienda in cui avevo appena iniziato a lavorare.
Senza rendermene conto, sono uscita di nuovo dal mio guscio, per la prima volta mi sentivo davvero apprezzata e stavo riscoprendo il piacere di essere corteggiata. Ero semplicemente più bella, dentro e fuori, quando non sentivo sulle spalle il macigno dell’abitudine e della normalità.
Cercavo in tutti i modi di reprimere il mio desiderio di evadere ma, allo stesso tempo, iniziavo a sentire il profumo del cambiamento e ad intravedere qualche scorcio di libertà e felicità autentiche.

Ma avevo paura.
Di non poter vivere senza di lui.
Di perdere una parte di me stessa.
Di farlo soffrire immensamente. Di soffrire immensamente.
Di dover dare troppe giustificazioni per un sentimento che era solo mio e che io stessa faticavo ad accettare.
Di pentirmene e di pagarne le conseguenze.
Di perdere le amicizie in comune, il rapporto con sua sorella e con i suoi genitori, che con il passare degli anni erano diventati un po’ anche i miei.
Di dare un dispiacere alla mia famiglia.
Di essere subissata dai sensi di colpa, nonostante quella “colpa”, in fondo, non esisteva nemmeno. E sebbene, peraltro, a pensarci bene non ne avevo mai avuti, perchè ero troppo felice.
Di dover abbattere il castello che avevamo costruito negli anni e di dover abbandonare l’idea di un futuro pieno di certezze che ero sicura mi avrebbe regalato.
Di accettare il fatto che quel futuro si trasformasse in un enorme punto di domanda.

Con il passare del tempo mi sono resa conto che della storia con Gabriele amavo il contorno, la sua presenza, il suo esserci sempre e la serenità dei momenti che avevamo trascorso insieme. Era legata a lui da un sentimento che non era amore, ma qualcosa di più simile al possesso: lo volevo lasciare ma impazzivo all’idea di vederlo con un’altra; lo volevo vedere felice, ma non senza di me al suo fianco.

qualcosa-in-piuHo iniziato a convincermi che dovesse per forza esistere qualcosa in più e che se fossimo rimasti insieme i dubbi li avrei avuti per tutta la vita, perché si erano già ripresentati una volta e nessuno mi poteva garantire che non sarebbe successo di nuovo. E perchè non si può perdere la testa per una persona se si è già felici ed appagati nella propria relazione.

Ho pensato che si meritasse una persona migliore di quella che ero in quel momento per lui. O magari che un giorno potesse addirittura incontrare la donna perfetta, perchè se era successo a me, di trovare l’uomo perfetto, poteva succedere a chiunque altro.

Ho capito che portare avanti la nostra storia, a quelle condizioni, sarebbe stata una scelta forzata, più che una mia scelta.

Ero perfettamente consapevole di tutto ciò a cui avrei dovuto rinunciare ponendo fine a quella relazione ma ero anche certa che, con il passare degli anni, non mi sarei mai perdonata di aver fatto una non-scelta assecondando le mie paure e di non avere avuto il coraggio di seguire i miei istinti e desideri, pur non sapendo dove mi avrebbero portata.

Poi non è che la vita vada come tu te la immagini. Fa la sua strada. E tu la tua. E non sono la stessa strada. Così, io non è che volevo essere felice, questo no. Volevo salvarmi, ecco: salvarmi. Ma ho capito tardi da che parte bisognava andare: dalla parte dei desideri. Uno si aspetta che siano altre cose a salvare la gente: il dovere, l’onestà, essere buoni, essere giusti. No.
Sono i desideri che salvano. Sono l’unica cosa vera. Tu stai con loro, e ti salverai. Però troppo tardi l’ho capito. Se le dai tempo, alla vita, lei si rigira in un modo strano, inesorabile: e tu ti accorgi che a quel punto non puoi desiderare qualcosa senza farti del male. È lì che salta tutto, non c’è verso di scappare, più ti agiti più si ingarbuglia la rete, più ti ribelli più ti ferisci. Non se ne esce. Quando era troppo tardi, io ho iniziato a desiderare. Con tutta la forza che avevo. Mi sono fatto tanto di quel male che tu non te lo puoi nemmeno immaginare.
– Alessandro Baricco, Oceano mare