“Che fai stasera, Isa? Andiamo a fare un aperitivo?” mi ha chiesto il mio capo mentre aspettavo che il computer si riavviasse.
“Non posso…ho un impegno.”
“Dai, ci sono anche gli altri.” ha insistito.
“Sono fuori a cena.”
“Perfetto! Ci beviamo una birra prima. Suvvia, non farti pregare…”
“Marco, non è questo…voglio andare a casa a sistemarmi. Ma hai visto la mia faccia?”
“E’ sempre la stessa, da qualche mese a questa parte. Ed è il motivo per cui ti ho chiesto di uscire.”.

Ho fatto una smorfia girandomi verso il monitor.
“Questo computer va a rilento.”
“Isa, Isa…”
Marco non mollava la presa.
“Devo chiedere di sostituirlo.” ho continuato, fingendo di non aver sentito.
“Niente, non mi ascolti.”
“Ti ho già detto che non posso.”
“Come vuoi. Se dovessi cambiare idea, ci trovi in Brera.”
“Va bene.”
“Mi raccomando…” ha aggiunto, facendomi pensare che avesse un presentimento.
“Sì Marco, non ti preoccupare. Sto meglio di due mesi fa, me ne sono fatta una ragione.”
“Sicura?”
“Sì…più o meno…”
“Devi uscire con lui?”
“Già…sperando che non sparisca come al solito.”
“Finché gli permetti di farlo…”
“Non lo cerco più ormai.” gli ho detto, cercando di nascondere lo sconforto.
“Ma corri da lui ogni volta che ti scrive.”
“Cioè mai. Non è come prima, fidati.” ho commentato.
“Dove andate stasera?” mi ha chiesto, senza aggiungere altro.
“Non lo so.”
“Se non vi vedete, mi prometti che ci raggiungi?”
“Marco, ma perché non dovremmo vederci?”

“Hai ragione.” ho proseguito, senza aspettare la sua risposta. “Te lo prometto.”
“Sei sempre dell’idea di cercare una casa?” mi ha chiesto, cambiando discorso.
“Non ne troverò mai un’altra bella come quella.”
“Isaaa…Non ti scoraggiare. Ti do una mano volentieri.”

Quelle parole sono state una carezza sul mio viso. Non capivo perché fosse così gentile con me e cosa lo spingesse a starmi vicino con quella costanza e delicatezza.
Mi sentivo sola in quei giorni, così tanto che non riuscivo nemmeno a cercare un contatto con gli altri: sprofondavo sempre di più nella solitudine perché non mi volevo confrontare con chi mi ripeteva di girare le spalle a Stefano, di passare oltre e guardare avanti, con chi mi diceva che mi meritavo molto di più e chi mi prospettava un futuro eccezionale lontano da lui e dalle sue menzogne. Non volevo affrontare nemmeno uno di quei discorsi, perché erano intrisi di una verità mi terrorizzava.
Al contrario, Marco era una presenza dolce e confortante nelle mie giornate, al punto che – nelle rare occasioni in cui non era in sede – mi spaventava l’idea di andare in ufficio e non trovarlo. Per certi versi mi sentivo in debito con lui e mi chiedevo spesso se la vita mi avrebbe offerto più avanti la possibilità di ringraziarlo davvero, perché sapevo che prima o poi ne avrei sentito il bisogno.

Alle 18 Stefano non si era ancora fatto sentire, ma – una volta arrivata a casa – avevo comunque iniziato a prepararmi come se dovessimo effettivamente uscire a cena. Ero ormai abituata a ricevere i suoi messaggi dell’ultimo minuto, sia positivi che negativi, e non volevo aspettare un suo cenno di vita per decidere cosa indossare. Quella sera, oltretutto, ero certa che ci saremmo visti. Davanti allo specchio, mi sono fermata qualche istante a osservare i lineamenti del mio viso, un gesto che evitavo di fare da settimane, o forse addirittura da qualche mese. Non volevo vedere i segni della disperazione sul mio corpo.
Ho cercato di coprire le occhiaie con un fondotinta e altri campioni di trucchi di cui non conoscevo nemmeno l’utilità, ho infilato un abito nero semplice e un paio di sandali color cammello e dopo una ventina di minuti ero già all’uscio pronta per uscire di casa.

“Dove ci vediamo?” mi ha chiesto Stefano via sms proprio in quel momento.
“Ma come, non hai prenotato da nessuna parte?” gli ho chiesto, certa che capisse l’ironia della mia risposta.
“Questa volta no, Streghetta.”
“Andiamo in zona Isola, ti va una pizza?”
“Preferirei fare una cena più strutturata, a dire il vero…”
“Come preferisci. Ci vediamo comunque lì?”
“Dammi un indirizzo.”
“Ti mando la mia posizione appena arrivo, ok?”
“Non mi posso connettere su Whatsapp…poi ti spiego.”
“Non è necessario.” ho risposto lapidaria, stanca di avere a che fare con i suoi problemi indefiniti.
“Non ti arrabbiare. Non vedo l’ora di vederti…”
“Da quanto non ci vediamo?” gli ho chiesto, dando voce ad un pensiero quasi senza rendermene conto.
“Non ha importanza.”

Un’ora dopo lo osservavo mentre si trascinava, stravolto, verso di me, e mi sono chiesta come avessimo potuto fare a noi stessi una cosa del genere. Un anno prima eravamo talmente felici che avevamo perso il contatto con la realtà, con il lavoro, gli obblighi e i legami di una vita, un presente che ci stava ormai troppo stretto e che sembrava l’opposto di quello che avremmo desiderato per il nostro futuro. Cosa rimaneva di quegli attimi di pura gioia? Potevano davvero essere solo un lontano ricordo?
Non avrebbe alcun senso. Non può essere così. ripetevo tra me e me, mentre lo vedevo sempre più vicino al mio motorino.
Mi ha salutata con un bacio sulla fronte, volgendo poi lo sguardo sulle mie mani, che non osava toccare. Ho provato a farlo io, ma mi sono bloccata quando ho sentito la sua pelle fredda. Quelle non erano le sue dita, erano di un’altra persona, ma com’è possibile?, voglio scappare.
Per la prima volta non volevo avere a che fare con ciò che eravamo diventati.
Ma sapevo di non essere abbastanza forte per andarmene.

Resta qui.” mi ha detto Stefano, leggendomi nel pensiero.
E così ho capito che non potevo essere altrove. In un attimo, grazie a due parole, siamo rientrati in sintonia e – senza aggiungere altro – abbiamo voltato l’angolo e iniziato a camminare senza una meta precisa.
Ci siamo seduti al ristorante alle 23 passate, ma solo perché non riuscivamo più a resistere alla fame e al caldo, altrimenti avremmo potuto continuare a vagare per quella zona di Milano che ci faceva sognare ad occhi aperti.
A differenza del solito, abbiamo scambiato pochissime parole. Stefano, stranamente, non mi aveva inondato di informazioni sul suo lavoro. Non sapevo nemmeno che cosa stesse facendo di preciso in quel periodo.
“Ah…mi sono comprata un portatile…quello di cui avevamo parlato tempo fa.” avevo detto ad un certo punto, interrompendo un momento di silenzio.
“Ma come…? E perché non mi hai detto niente?”
“Non ci sentiamo mai…ti sembra normale che ti scriva una cosa di questo tipo?”
“Voglio sapere tutto. Bellina, per me non è cambiato nulla, non so più come dirtelo…”
“Non ti preoccupare.” ho cercato di tranquillizzarlo. “Comunque non ho ancora iniziato ad usarlo. L’ho solo tirato fuori dalla scatola.”

Volevo scrivere.
Non sapevo quando e se mi sarei mai sentita davvero pronta per farlo, ma una voce dentro di me mi sussurrava una cosa ben precisa: scrivere mi avrebbe salvata. ***

“E cosa ci farai?”
“Vorrei scrivere.”
“Scrivere…dolce Bellina…e cosa scriverai?”
“Non ne ho idea. Non ci ho mai pensato. Vorrei semplicemente scrivere…qualcosa. O per lo meno provarci.”
“Potrò leggere quello che scriverai?”
“Non so…”
“Così mi fai soffrire.” ha detto, abbassando gli occhi sul piatto che il cameriere gli aveva appena messo davanti.

Credo che il mio cuore avesse avvertito il pericolo e stesse tentando di proteggermi. Era lui, infatti, che mi sussurrava di non dire nulla. Proprio lui che mi aveva sempre spronato a lasciarmi andare, adesso mi consigliava di tenere qualcosa per me. Per la prima volta avevo deciso di non aprirmi completamente a Stefano e di non raccontargli cosa avessi in mente di fare, indubbiamente anche perché non avevo le idee chiare, ma c’era dell’altro. C’era innanzitutto il bisogno di ripartire da qualcosa, di ritagliarmi uno spazio per ritrovare me stessa, perché ero arrivata al punto da non capire più chi fossi e perché la vita mi aveva condotta fin lì, facendomi percorrere una via tortuosa, alla fine della quale non avevo trovato – almeno fino a quel giorno – ciò che mi aspettavo.
Volevo una ricompensa, pensavo di essere stata già abbastanza coraggiosa e di essere per certi versi “arrivata”. Non avrei mai pensato che potesse essere arrivata ad un nuovo punto di partenza.

“Ste, non voglio parlarne. Non so cosa farò, al momento non ne ho davvero idea. Se ci vorrai essere, ti coinvolgerò in tutto, come ho sempre fatto. Ma per ora non me la sento.”
“Chiaro. Senti Streghetta, ti devo dire una cosa.”.

Ho ingoiato il boccone senza masticarlo.
“Cosa? Sono abbastanza fragile, cerca di dirmelo nel modo più dolce possibile. E’ incinta?” gli ho chiesto senza troppi giri di parole.
“No…assolutamente no.”
“E allora cosa succede?”
“Uno dei miei migliori amici non sta bene. Perdo sempre le persone a cui sono più legato.”
“Mi dispiace.”
“Non mi do pace.”.

Ho fatto un respiro profondo e, pur consapevole del fatto che stessi per intraprendere un discorso complicato, ho deciso di provare a parlargli con la massima sincerità.
“Ste capisco il dolore, ma ho l’impressione che tu stia vivendo tutto molto peggio di come lo potresti vivere. Così non fai altro che attrarre altra negatività…penserai che io sia pazza, ma è così. Devi iniziare a risalire e se te lo dico io, che sto ancora sprofondando nell’abisso, credimi, non hai alternative. Hai toccato il fondo e non puoi permetterti di continuare a scavare.”
“Fosse facile.”
“Non ho detto che lo sia, ma lo devi a te stesso. Guardati, non sembri più tu.”
“Sta succedendo di nuovo, capisci?”
“In che senso? Spiegati meglio.”
“Mia sorella…e poi lui…”.

Mi sono tornate in mente le sue parole di qualche mese prima, quel discorso confuso che non aveva voluto approfondire e che probabilmente nascondeva un dolore che non aveva voglia di raccontare a nessuno, nemmeno a me.
“Non posso accettare l’idea di perdere le persone che amo.”
“Credo che sia così per tutti. La vita non è sempre giusta.”
“Ho paura di perdere anche te.”
“Ed è per questo che ti allontani?”
“No…cioè…no, non mi allontano affatto.”
“Ste…”.

In quel momento, guardandolo negli occhi, ho capito che non si trattava solo di me. Aveva il terrore di perdermi, certo, ma c’era dell’altro.
Non voleva perdere Laura. Non riusciva nemmeno a pensare ad una vita senza di lei ed ero sempre più convinta del fatto che non si fossero mai davvero allontanati.

Quando abbiamo finito di cenare ci siamo diretti verso l’ingresso della metropolitana a pochi metri dal ristorante.
E lì mi ha spiazzata di nuovo.
Mi ha preso il viso tra le mani per baciarmi con una passione che credevo fosse svanita del nulla. Mi sono fatta trascinare dall’emozione del momento, senza oppormi, rispondendo con ancora maggiore passione.
Non riuscivo a staccarmi di dosso l’estasi di quel momento che però, passo dopo passo e in modo del tutto inaspettato, mentre Stefano entrava nel tunnel e diventava sempre più piccolo, si stava trasformando in una sensazione diversa, spiacevole, sconosciuta. Qualcosa che confermava la necessità di cambiare direzione, anche se tutto il mio corpo mi diceva di andare verso di lui.
Ma il cuore iniziava a ribellarsi sempre di più e così ho deciso di seguire i suoi consigli, ancora una volta. Era arrivato il momento di ripartire da qualcosa. E quasi inconsciamente sono ripartita dalla persona dalla quale avevo sempre cercato di nascondermi.
Da me.


***E così è nato questo blog ❤