Mi succedeva una cosa strana: mi sentivo in colpa. Non volevo ammettere che stessi iniziando ad accettare il fatto che se ne fosse andato, perché temevo che Stefano – nonostante non ci sentissimo mai – se ne accorgesse. Capiva quando mi allontanavo da lui, me lo diceva sempre, ed ero certa che lo capisse anche in quel momento. Potevamo vivere nel silenzio ma i nostri sentimenti si intrecciavano, dialogavano liberi, non chiedevano a noi il permesso di continuare a crescere. Dovevo odiarlo e invece lo amavo sempre di più. O almeno così mi sembrava.

Ma poi, sarà amore questo? Sì, lo so, con la A maiuscola.
Questo spazio dovrebbe essere mio, invece te ne appropri ogni mattina. Almeno una pagina solo per me, me la lasci? O devi entrare in ogni mio pensiero?

Comunque ogni tanto penso che non lo sia. Sai cosa mi ha detto Camilla l’altro giorno? Che sono fissata. Che non è amore, ma un’immensa illusione che ho nella testa. Eppure eri lì…eravamo lì. Al ristorante, a casa tua. Eravamo insieme anche quando viaggiavo in treno da sola, o quando ci separavano più di quattromila chilometri di oceano. Ci sono dei ricordi che, piano piano, si stanno sbiadendo. Non mi ricordo più come eravamo vestiti, se fosse inverno o estate, nemmeno se piovesse o splendesse il sole, ma mi ricordo esattamente cosa provavo in quel momento. Vorrei tornare indietro solo per rivivere quelle emozioni.

Quella sera in cui siamo usciti a cena…quando siamo andati nel ristorante con i cuscini giganti, hai presente? Non ho idea di come fossimo vestiti. Mentre mi preparavo ero agitata…Ecco, questo non mi interessa, posso anche dimenticarlo. Ma i tuoi occhi lucidi mentre ti davo consigli per la presentazione, o il cenno di intesa che mi hai rivolto mentre il cameriere ci consigliava cosa mangiare…mi rimarranno per sempre nel cuore. Chi se li scorda quelli…ma come potrei…

All’improvviso mi sono accorta di essere in ritardo. Non avevo finito di scrivere le mie tre pagine mattutine, perché mi ero persa tra le parole e i pensieri della prima, mettendoci più del necessario per completarla. Prima di riporre la penna ho aggiunto soltanto, a caratteri cubitali, Spazio ai desideri…, occupando quasi tutta la metà della seconda facciata. Ho bevuto il caffè in piedi davanti ai fornelli, fissando le piastrelle di fronte a me.

Alla fine l’avevo trovata, ristrutturata e arredata: vivevo nella casa dei miei sogni, un piccolo appartamento su due livelli a pochi passi da Sant’Ambrogio, con i muri bianchi, una finestra che arrivava fino al pavimento e la vista sul cortile interno, pieno di piante e fiori, che mi faceva pensare di non essere a Milano. L’avevo trovata grazie a Marco, che mi aveva aiutato nella ricerca come se dovesse acquistarla lui, mentre io continuavo a pensare all’occasione che avevo perso qualche mese prima e mi rammaricavo per non essermene fregata del parere di una persona che non aveva mostrato il minimo interesse a riguardo. La consideravo una prima conquista, una mia conquista, un punto di partenza di qualcosa che non riuscivo ancora a inquadrare, né tanto meno a definire. Quando aprivo la porta mi sentivo forte, perché ero riuscita a fare tutto senza di lui, cosa che ritenevo impossibile fino a poco tempo prima. Ogni tanto ero quasi dispiaciuta all’idea di uscire, volevo rimanere sul divano a leggere, o mettermi a disegnare, poi avrei voluto scrivere, ma sentivo di non essere pronta per farlo. E poi cosa avrei potuto raccontare? Mentre ero a Singapore con Gabriele, qualche anno prima, avevo iniziato una storia. Si intitolava “Era quel che mi aspettavo” e parlava di una relazione a distanza, delle difficoltà legate alla vita all’estero, di un amore finito e di due persone che continuavano il loro percorso come se tra di loro non ci fosse mai stato nulla. Non la rileggevo da allora, ma si trovava ancora in una cartella del mio computer che avevo chiamato “Libri” e che avrei voluto, un po’ alla volta, riempire con tanti racconti. Invece quel file era rimasto solo mentre la vita mi scorreva davanti agli occhi senza che me ne accorgessi.

“Penso che mi prenderò un anno sabbatico.” ho detto ad alta voce facendo cadere il silenzio nella stanza.
“No…cosa avete capito?” ho continuato. “Non nel vero senso della parola. Continuerò a lavorare, ma farò allo stesso tempo tutto ciò che mi passerà per la testa, senza pensarci due volte.”. I miei colleghi hanno tirato un sospiro di sollievo.
“Magari saranno due mesi e non un anno. O magari sarà tutta la vita.”. Mi guardavano come se fossi in preda ad un delirio inspiegabile.
“Sto dicendo cose senza senso?” ho chiesto a Camilla.
“No, anzi. Pensavo a quando è stata l’ultima volta in cui ho fatto qualcosa senza pensarci due volte.”
“Andrò a Cuba dopo Natale.”
“A vivere?” mi ha chiesto Marco sorridendo e alzando gli occhi al cielo.
“Sì, mi aiuti a trovare casa?” gli ho chiesto, stando al gioco. “No, vado con un gruppo di amici ed ex colleghi. Posso?”
“Fammi dare un’occhiata al calendario…” ha finto di aprire il file delle presenze ma subito dopo, senza aspettare che si caricasse, ha detto “Certo che puoi. Posso venire con te?”
Speravo che non si notasse quanto quella domanda mi avesse imbarazzato.

“Sei diventata bordeaux.” mi ha detto Camilla poco dopo, davanti alla macchinetta del caffè.
“Ho sentito una vampata di calore in tutto il corpo. Dai, ma puoi chiedermi una cosa del genere davanti a tutto l’ufficio? Non ci posso pensare.”
“Sei sicura che non ci sia dell’altro?”
“Cioè?”
“Dai, Isa…”
“Assolutamente no, credimi. Mi sono confidata con te per quasi due anni, all’inizio senza nemmeno conoscerti, non mi farei nessun problema a dirtelo o a fartelo capire.”
“Lo sai che verrà, vero?”
“Ma non aveva prenotato per Siviglia?”
“Non ancora.”
“Vieni anche tu, ti prego.”
“Non posso. Ma che problema c’è? Siete in tanti!”
“Sì, ma lui è il mio capo!”
“Ma smettila, sai bene che non è solo un capo.”
“Aspetta, voglio subito toglierti ogni dubbio. Non provo niente per lui e la gerarchia non c’entra nulla. Sai bene chi c’è nella mia testa e sfortunatamente anche da un’altra parte. Non voglio che inizino a circolare queste voci, lo sai come va a finire poi…”
“No, come?”
“Senti, ti ricordo che sono ancora il tuo superiore.” le ho detto cercando di rimanere seria. “Quindi è come dico io.”
Nessuna delle due è riuscita a trattenere la risata e ci siamo lasciate andare senza finire il discorso.

Quando sono tornata a casa ho ritrovato i fogli e la penna nella stessa posizione in cui li avevo lasciati la mattina.

Spazio ai desideri…
Da qualche parte avevo letto di un esercizio di origine antica utile per realizzare i propri sogni e per conoscersi nel profondo. Non mi ricordavo nulla del contesto in cui ne fossi venuta a conoscenza né se ci fossero delle regole precise da seguire, ma ero certa che dovessi scrivere su un quaderno 150 desideri, anche di difficile realizzazione. Così, un po’ per gioco, ho iniziato ad elencare i primi che mi venivano in mente.

1. Voglio comprare una casa ✔ Ok l’ho già realizzato ma 150 sono troppi, non riuscirò mai a scriverli tutti e poi ci sono ancora alcune cose da sistemare, quindi posso tenerlo qui nell’attesa di fare la lista completa.
2. Voglio fare un viaggio (Cuba)
3. Voglio trovare una persona con cui passare il resto della mia vita
4. Voglio studiare il portoghese
5. Voglio andare in Brasile
6. Voglio capire cosa voglio fare da grande
7. Voglio disegnare
8. Voglio studiare anche qualcos’altro. Non so cosa però.
9. Voglio trasferirmi al mare
10. Voglio, un giorno qualunque, fermarmi e capire di stare bene.

Potrò cominciare da questi dieci, o ne devo proprio scrivere 150? Ok ho capito, domani continuo. Chissà se mi servirà a qualcosa.

Ho chiuso il quaderno e stringendolo al petto mi sono avvicinata alla porta per aspettare il fattorino che mi avrebbe consegnato la cena.


Questo post nasce da un ritrovamento: ieri mattina stavo mettendo a posto un cassetto e ho trovato un quaderno che avevo comprato proprio per fare questo esercizio.
È la tecnica dei 101 desideri di Igor Sibaldi.
L’avevo iniziata circa sette mesi fa e poi – come spesso succede – mi ero completamente dimenticata di andare avanti. Ieri con mio grande stupore mi sono resa conto di aver realizzato almeno il 30% dei desideri che avevo scritto.
Non so cosa significhi tutto questo. Non so se sia la legge dell’attrazione, o qualcos’altro, non ne ho la più pallida idea e non lo voglio nemmeno sapere. Sono però certa che alcune cose non succedano per caso e che focalizzarsi su un obiettivo, un sogno, o qualsiasi cosa ci assomigli, anche solo ammettendo di averli, può davvero cambiare la nostra vita, come è successo a me. ❤️