L’ho sempre fatto, a differenza tua che non rileggi mai nulla. Ma oggi è stato diverso. Sono ripartito dai primi messaggi, uno per uno, alle email, poi ho ripensato ai nostri incontri fugaci, ai silenzi, ai tuoi occhi. A quelli pieni di paura e a quelli pieni di felicità. Ai momenti di crisi e agli istanti in cui i problemi ce li siamo buttati alle spalle, alle nostre mani, alle risate, alle montagne russe, al pranzo, quel pranzo. Ho pensato a quanto mi fai sentire vivo e al modo in cui riesci a tirare fuori il meglio di me. Non so come tu faccia o forse sì. Provo a spiegartelo.
Ti racconto chi sei.

Ci siamo conosciuti circa sette anni fa, sui banchi dell’università, in quella classe che apparentemente non aveva nulla a che fare con i nostri percorsi professionali. Tu sei nata per quello, lo sai, anche se continui a negarlo a te stessa. Si capiva da come osservavi i movimenti del professore, dalla velocità con cui riuscivi a replicarli, dalla bellezza dei lavori che si materializzavano sul tuo computer. E da quello che riuscivi a trasmettere a chi li guardava.

La vita ci aveva fatto incontrare. Noi non eravamo pronti. Ma ha deciso di metterci uno di fronte all’altra una seconda volta. In un’azienda enorme, in uffici separati e con capi diversi, uniti però da un lungo corridoio. Stavo bevendo un caffè e ti ho vista arrivare…eri esattamente la ragazza che ricordavo: bella, solare, simpatica, socievole. E alla mano. Così tanto che mi chiedevo come fosse possibile che ti sentissi a tuo agio da subito in un ambiente come quello. Non lo so. So solo che sei riuscita a prendere il meglio da tutte le esperienze che hai fatto.

Un po’ alla volta ho imparato a capirti, a vedere il bello che c’è in te e a riconoscere la tua marcia in più. La stessa che insieme alla tua bellezza mi ha fatto perdere la testa. Così è passato del tempo, l’intesa è cresciuta, ridevamo perché pensavamo le stesse identiche cose, ma non avevamo idea di cosa potesse succedere. Eravamo sempre più in confidenza, crescevano la complicità e il supporto reciproco, sempre un po’ celati. Ma chiari e visibili agli occhi di chi aveva il coraggio di guardare.

Non abbiamo mai lavorato insieme, ma era come se lo facessimo. Perché il mio primo pensiero nella maggior parte delle situazioni eri tu. Anche se non c’entravi nulla. Perché proprio Isabella? Semplice, perché a lei non dovevo spiegare nulla, capiva sempre al volo quello che volevo dire, perché bastava un cenno per trasferirmi ciò che di più bello un rapporto di qualsiasi tipo possa dare…la complicità.

Tutto questo andava avanti piano piano, ma tu non riuscivi a spingerti più in là, perché negli anni ti sei costruita intorno un muro invalicabile oltre il quale pochi fortunati possono andare. Ma nel frattempo accadevano tante cose. Dai consigli chiesti in mensa, ai confronti, ai primi “ti stavo dicendo la stessa cosa!”, niente di tutto ciò che stiamo vivendo ora, ma iniziavamo a percepire che tra di noi c’era qualcosa che sfuggiva al nostro controllo.

E poi ho ricevuto quella lettera di ammissione al college. Ero felice, ma qualcosa non mi quadrava. Perché soffrivo al pensiero di staccarmi da te?
Cercavo di coinvolgerti nella mia vita, ma più lo facevo, più tu ti allontanavi.

In quei primi contatti c’era tutto quello che avevamo nascosto negli anni. Ogni giorno che passava però era un macigno sul cuore, perché si avvicinava il momento del distacco. Ma distacco da chi? Non avevamo capito nulla…non avevamo capito che quelli erano gli istanti in cui un legame indissolubile stava per nascere.

ti-racconto-chi-seiHo iniziato a capire che provavo qualcosa di diverso, nuovo, unico, perché cercavo sempre un tuo sguardo, un motivo per parlarti, anche se non me ne rendevo conto. Ma dovevo andare, l’università mi stava aspettando e dovevo salire su quel treno. Oggi mi sono chiesto se sia stato il treno giusto. In un certo senso penso di sì. Perché sono sicuro che adesso tu abbia la risposta alla domanda che ti sei fatta più volte: “Perché ha vinto la borsa di studio?”.
Te lo dico io…Perché senza la borsa di studio, senza mia partenza, senza il distacco, tutto questo non sarebbe successo.

Eravamo in un vortice di confusione. Non capivo cosa stesse succedendo e pretendevo senza alcun titolo di essere aggiornato, tu stavi male e volevi avermi vicino ma allo stesso tempo sapevi che la mia vicinanza ti avrebbe creato dei problemi.
Se ci penso bene, adesso mi rendo conto che forse proprio in quei giorni ho iniziato a fare un po’ di chiarezza dentro di me. Perché volevo spiegazioni? Perché tu fuggivi? Perché non riuscivi a dirmi nulla? Forse le risposte arrivano proprio nei momenti di maggiore difficoltà. Sempre che si abbiano la forza e il coraggio di porsi le domande.

Il nostro cuore e la nostra testa avevano capito tutto, ma noi no.
Ci allontanavamo, decidevamo di riavvicinarci, senza sapere cosa dovevamo dirci. Ci davamo giustificazioni che non erano necessarie. Iniziava il bisogno di contatto.

Un bel giorno mi hai detto che preferivi non sentirmi per un po’. Ti confesso che mi sono sentito morire, ma non mi dimenticherò mai la passeggiata che abbiamo fatto al parco mentre tu mi parlavi. Quella camminata tra tentativi di spiegazione e mezze parole. Ti stavo perdendo ma in un certo senso per la prima volta ti sentivo davvero vicina. Dopo quattro settimane di silenzio, tra alti e bassi, è ripartita la complicità. Forse più per merito tuo perché io rimanevo sulla difensiva per paura (mai avuta nella vita). Avevamo superato il primo ostacolo e non potevamo più nascondere a noi stessi il bisogno e la voglia di cercarci.

Tu eri sempre più confusa. Anch’io…ma cercavo di non mostrarlo perché non era da me…anche se mi sono reso conto da subito che a te non posso nascondere proprio nulla.

E così abbiamo capito che c’è un legame speciale. Qualcosa di inspiegabile che lascia dentro di noi mille dubbi ma tante sensazioni stupende.

Ti ho scritto la mia prima lettera pensando di perderti per sempre. E invece, con quel gesto, ti ho trovata. E riconosciuta. Perché quella non era la ragazza che conoscevano tutti. Quella eri TU. Che sei molto di più di quanto potessi immaginare. Ti ho reso partecipe del mio dolore, temendo di spaventarti, ma in fondo quello era anche un modo per trovare delle risposte e capire il nostro legame.

E poi la collana (so che l’hai tolta, streghetta, probabilmente la tieni nella borsa), la tua prima email, il giorno della partenza…
Era nato qualcosa e lo avevamo capito, ma per trovarne il significato doveva passare del tempo. Avevamo il nostro spazio, l’accenno al tormento specifico, la voglia di frequentarci, le conversazioni senza fine, o forse senza un’inizio, perché non si interrompevano mai. I tuoi controsensi e sbalzi di umore e di visione. Ogni giorno diventava tutto più meraviglioso e travolgente…

Sono iniziate le prime ammissioni, il pensiero costante, la voglia di vedersi. Siamo riusciti ad incontrarci qualche volta…Stare insieme anche solo per un’ora è bellissimo. Fa passare la fame, fa vivere per quei momenti…
Poi sono cominciate le mie richieste di contatto fisico…volevo solo la tua mano. Tu non mi davi ascolto ma eri sempre più ambigua: mi tenevi a distanza ma mi chiamavi amore (quando l’hai fatto ho avuto la tachicardia per cinque minuti…). I nostri incontri sono sempre stati tanto belli quanto scioccanti. Finalmente un giorno sono riuscito a prendermela e in quel momento abbiamo incastrato un altro pezzo del nostro puzzle, perché un’ora mano nella mano può fare strani effetti. E qui mi fermo perché non vorrei rovinare un testo che è nato solo per esprimere un sentimento.
E per farti capire esattamente chi sei e che cosa hai fatto.

Avevamo iniziato un viaggio. Ci sembrava di avere già percorso tanti chilometri ma non eravamo poi così distanti dalla linea di partenza di un percorso lungo e tortuoso, alla scoperta di chi saremmo dovuti diventare: “semplicemente” noi stessi.