Sono tornata al villaggio, ho fatto colazione – o meglio, ho mangiato le poche cose che erano avanzate dal buffet, mentre i camerieri portavano in cucina le stoviglie sporche e i piatti vuoti – e sono corsa nella hall, dove ho trovato gli altri intenti a sfruttare i pochi minuti di connessione che ci venivano concessi ogni giorno. Avevamo passato più di una settimana con i cellulari irraggiungibili e devo ammettere che non era stato poi così male. Certo, il primo impatto è stato piuttosto drammatico, ma sono bastate 24/36 ore per abituarci al fatto che non potevamo usare Facebook, Instagram, le mappe di Google, ma soprattutto Whatsapp. I cellulari erano rimasti negli zaini spenti o in modalità aerea, qualcuno li utilizzava per fare foto, ma la batteria era quasi sempre carica e nessuno si lamentava di quel silenzio imposto. Del resto, sapevamo a cosa saremmo andati incontro già prima di partire. Cuba è così, o per lo meno lo era fino a qualche anno fa.

L’isolamento si è interrotto quando siamo entrati nel villaggio di Varadero. Alla reception era possibile acquistare delle tessere con un codice univoco che ti permettevano di restare online per circa un’ora al giorno, che si trasformava in una decina di minuti perché la connessione non funzionava e si riuscivano a effettuare solo alcune operazioni base, con conseguente perdita di tempo e di pazienza – ad esempio, potevamo chattare ma non inviare foto e nemmeno capire cosa stesse succedendo nel mondo.

tutto si rimette in motoMi ricordo che quando ero scesa dall’aereo avevo subito cercato un Wi-Fi: era certa che l’aeroporto lo avesse. Non potevo immaginare che dovessi attendere sette giorni pieni per trovarne uno quasi funzionante, ma non posso neanche nascondere che provassi un certo piacere. Ero sicura che Stefano mi avesse scritto e speravo che si stesse preoccupando per me, che controllasse continuamente il telefono chiedendosi perché non fossi online da così tanto tempo e che non mi avesse mandato un solo messaggio, ma magari due, tre, quattro, o forse anche di più.
Invece tutto questo era successo solo nella mia mente, perché la realtà era ben diversa. Mi avevano scritto tante persone ma la sua chat era rimasta muta e non c’era traccia di lui nemmeno tra le email. Mi ero chiusa in me stessa per un giorno intero, rifiutandomi persino di uscire dalla stanza dell’albergo, nonostante tutti cercassero di farmi riflettere sul fatto che fosse perfettamente inutile e che mi stessi rovinando la vacanza.
Ma io sono fatta così, la delusione e l’ansia mi portano a chiudermi in me stessa, almeno per un po’. Almeno fino a quando non capisco che nella maggior parte dei casi sono frutto di aspettative infondate, o di un mio procedere troppo lento, o ancora di un periodo di smarrimento, che non significa non sapere dove andare, ma fermarsi ad osservare quello che non va, senza cercare di riempire il vuoto con qualcos’altro.

Fortunatamente era durato poche ore, perché quella volta avevo detto basta, ma basta davvero. Basta per sempre. Avevo deciso che non mi sarei più fatta viva e che non gli avrei più risposto, neanche se si fosse fatto sentire dopo dieci anni. Era troppo grande il dolore che aveva portato nella mia vita e troppo fitto il bosco in cui, di tanto in tanto, mi trovavo a vagabondare in cerca della luce che i suoi comportamenti avevano spento.
Tuttavia l’avevo voluto salutare dolcemente, cercando di non portare rancore, perché temevo che anche questo mi avrebbe fatto del male.
Gli avevo detto addio guardando il mare e pensando ai colori, al calore, al profumo dei fiori, al rumore delle onde, ai suoi capelli neri e a quel legame che non avrei mai immaginato si potesse rompere. Poi mi ero concentrata sul sole e in quei toni caldi vedevo il mio futuro. Volevo credere che fosse entrato nella mia vita per un motivo e non solo per sconvolgerla e farmi il cuore a pezzi. Che esistessero davvero i cicli, come avevo più volte provato sulla mia pelle: ad un punto così basso doveva necessariamente seguirne uno altrettanto alto. Del resto me lo meritavo solo per il fatto di essere sopravvissuta, giusto?

Mi sono serviti dodici mesi per capire che avevo ragione, ma non è stato semplice come immaginavo. Le cose non succedono per caso e non si superano nemmeno per caso.

C’è però sempre un punto di inizio e solo noi possiamo stabilirlo. Da quello, tutto si rimette in moto. Io ho disegnato una linea di partenza sulla sabbia proprio in quei giorni. L’ho fatto nel momento in cui ho pronunciato la parola addio, ma anche nell’istante in cui mi sono rivolta ai due ragazzi canadesi. L’ho fatto nuovamente quella sera, quando ho scritto a Ryan, in un impeto di coraggio misto a paura, consapevole del fatto che non fosse quella la soluzione ai miei problemi, ma che quel gesto potesse portarmi da qualche parte. Non avevo grandi pretese: mi bastava allontanarmi anche di pochi centimetri dalla foresta.

L’ho invitato al bar sulla spiaggia del nostro villaggio. È arrivato con Thomas, come immaginavo, ma accompagnato anche da un grande sorriso sulle labbra, che da solo mi aveva fatto capire che avessi fatto la scelta giusta.
Si sono seduti con noi intorno ad un tavolo rotondo e abbiamo bevuto almeno un paio di cocktail a testa, qualcuno forse uno in più.

Marco è stato il primo a salire in camera, seguito dagli altri che, un po’ alla volta, si sono dileguati in varie direzioni. Avevo notato che tra una coppia stava nascendo qualcosa. A dire il vero me ne ero accorta già dalle prime ore che avevamo passato insieme.
Thomas si è alzato per andare a sedersi al bancone del bar.
E così siamo rimasti solo noi. Mi sono chiesta più volte cosa ci facesse quel ragazzo così bizzarro davanti a me e perché riuscisse a farmi ridere in quel modo. Abbiamo continuato a chiacchierare sotto le stelle, fissando di tanto in tanto un punto sulla sabbia sotto ai nostri piedi, chiedendoci se tutto quello avesse un senso, se potesse finire ancora prima di prima di iniziare e se fosse già un errore. Perché si può ricominciare ma il passato non si cancella e il nostro pesava come un macigno.

Ci siamo salutati sfiorandoci la mano, con un appuntamento per la mattina successiva, che non mi ha fatto chiudere occhio tutta la notte.