La mattina successiva sono entrata in ufficio con gli occhi gonfi. Avevo persino rinunciato a provare a mascherarli con il trucco, tanto ero certa che ogni tentativo sarebbe stato inutile. Mi bruciava anche la pelle del viso, bagnata tutta la notte dalle lacrime, che non riuscivo a fermare, nemmeno in quel momento. Mentre giravo il cucchiaio nel bicchiere del caffè che mi aveva portato Camilla, sentivo gli occhi inumidirsi un’altra volta.
Avrei dovuto stare a casa. O, ancora meglio, sarei dovuta andare a fare due passi da qualche parte. Magari lontano da Milano. Ma non avevo nemmeno le forze per pensare a dove scappare.
“Se vuoi sfogarti, sai dove trovarmi.”
“Grazie, Cami.” le ho risposto, facendole intendere che non avevo intenzione di farlo in quel momento. E cambiando subito idea, osservandola mentre si voltava per uscire.
“Ho passato una notte infernale.” ho aggiunto.
“Mi dispiace.”
“Non ti voglio ammorbare con i miei racconti. Oltretutto sono il tuo capo. E per quanto non dia nessuna importanza al ruolo di per sé, ho l’obbligo di mantenere un certo contegno.”
“Direi che non ci stai riuscendo.” mi ha detto, passandomi un pacchetto di fazzoletti. “Non farti problemi con me. E poi scusa la sincerità, ma muoio di curiosità. La tua vita, in questo momento, è decisamente più interessante della mia.”
“Interessante…insomma, però sì, da fuori lo è sicuramente.”
“Mi dici cosa è successo? Ti ricordo che dobbiamo finire quel lavoro…”.

Da qualche settimana avevo perso completamente la concentrazione. Non riuscivo a seguire né a portare a termine nessuna attività, a meno che non fosse di ordinaria amministrazione e non richiedesse l’uso attivo dei miei neuroni. Anche Stefano aveva provato a coinvolgermi in un progetto di ricerca, probabilmente sempre con l’obiettivo di legarmi a sé, o forse perché contava davvero sulla mia partecipazione, non lo so. Fatto sta che non solo avevo perso le mie idee brillanti per strada, ma avevo perso proprio tutto. Dall’attenzione all’organizzazione, dalla puntualità alla…borsa. Sì, una mattina avevo anche dimenticato la borsa sul motorino, dopo averlo legato con la catena. Ero entrata in ufficio e mi sentivo stranamente leggera, semplicemente perché i due chili di computer portatile e faldoni di presentazioni erano rimasti nel garage.

“Mi devi dare una mano in questi giorni. So che mi conosci da poco, ma ti assicuro che non sono così, non sono mai stata una…”
“…una persona che sta mettendo in discussione la propria vita.” ha concluso lei.
“Volevo dire una persona disorganizzata, stanca, demotivata, psicolabile.”
“Ahah! Passerà. Già che ci sei però…metti in discussione proprio tutto. Almeno lo fai una volta e sei a posto.”
Le ho sorriso. In fondo ero felice di essere lì. Avevo fatto bene a non fingermi malata.
“Ieri Gabriele ha letto un messaggio che pensavo di avere cancellato. Ed è successo il finimondo.”
“Cosa c’era scritto? Era di Stefano, scommetto…”
“Sì. In realtà nulla. Cioè, nulla di grave. Da quel punto di vista, sono stata graziata. Però si parlava di lavoro.”
“E quindi di New York?”
“Sì.” le ho risposto, prendendo fiato. “Avevo intenzione di parlargliene, ma non ero pronta ad affrontare una reazione di quel tipo. Credo che ne abbia letto una parte mentre eravamo in cortile. E sai cosa ha fatto? Ha aspettato che entrassimo entrambi in ascensore, ha premuto il tasto del nostro piano, per poi schiacciare Stop poco dopo. Ci siamo fermati a metà strada.”
“Che cosa? Ma non sei morta di paura?”
“Altro che…mi ha strappato il telefono dalle mani, prima ancora che realizzassi cosa stava succedendo. E ha passato dieci minuti a leggere tutto quello che trovava. Ero terrorizzata. Non posso andare avanti così, non puoi immaginare l’angoscia che ho provato.
“Ti capisco.”
“Siamo entrati in casa e ha buttato il mio telefono nel lavandino. Almeno ha avuto la decenza di non lanciarlo dal balcone. Non per altro, avremmo fatto male a qualcuno…”
“E poi?”
“Nulla.”
“In che senso?”
“Si è chiuso nel silenzio. Come sempre.”.

Ripensavo allo stress di quel momento e a quanto l’avessi implorato di ascoltarmi. Dopo due ore si era degnato di guardarmi negli occhi.
“Ci abbiamo provato, Isa. Basta così. Ognuno prenderà la sua strada.”
“Gabry non dire idiozie, ti prego. Ho solo ricevuto l’offerta. Non l’avrei mai accettata, lo sai, ma come potrei? Avevo addirittura pensato di non dirti nulla.”
“Ah sì? E come mai Stefano sapeva tutto? Con lui ti confidi, vero? Scommetto che ti sta spingendo ad accettarla.”
“No. E non permetterti di parlare di lui in questo modo. Anzi, non permettermi proprio di parlare di lui.” gli ho risposto, urlando. Ecco, quello era un passo in avanti. Anche se piccolo.
“Sono stufo, stanco, stressato. Non ne posso più di te, della tua pazzia, della tua testa sulle nuvole. C’è un limite. Credo di averlo raggiunto. Vai a New York, dai. Non sarò di certo io a fermarti.”
“Non dire cattiverie. Non vado da nessuna parte. Vengo con te a Singapore, è già deciso.”. Un passo indietro.
“No, questa volta non andrà così. Mi hai sempre seguito dappertutto e forse abbiamo sbagliato. Perché è evidente che abbiamo commesso qualche errore se oggi siamo in questa situazione.”
“Voglio stare con te.”. Un altro, sempre indietro.
“Non sembrerebbe.”
“E’ così.” gli ho risposto, mentendo a me stessa prima che a lui.

“E come siete rimasti?” mi ha chiesto Camilla.
“Non te lo so dire. Come al solito.”
“Ma se tu dovessi scegliere…” si è interrotta per un attimo, poi ha ripetuto la frase con parole diverse “Potendo scegliere, cosa faresti in questo momento?.”
“Andrei con lui là.”
“Non ci siamo proprio, Isa. Questo non è scegliere.”
“E’ non-scegliere, sì, conosco il concetto.”
“Come seconda opzione?”
“Vorrei che accettasse la proposta di Singapore.”
“E che magari si trasferisse? Da solo?”
Non avevo il coraggio di ammettere quello che stavo pensando.
“No, cioè sì, forse, non so però…”. Tre passi in avanti.
“Bene. Anche in questo caso non si tratterebbe di una scelta, perché osserveresti la scena da spettatrice, ma almeno ti stai avvicinando alla verità.”
“Quale verità?”
“Sono certa che arriverà il giorno in cui capirai cosa desideri davvero.”.

Confusa e disorientata, ho chiesto una tregua a Camilla e mi sono chiusa nel mio ufficio.
C’era solo una cosa che avrei potuto fare per ritrovare la serenità, anche se in quel modo mi sembrava di “usare” Stefano per mettere a tacere i dubbi sul mio futuro. Ma sapevo che la sua email mi avrebbe fatto tornare il sorriso ed era ciò che mi serviva in quel momento.

un-passo-alla-voltaCara streghetta, anzi no.
Cara Bellina, ti scrivo senza un motivo particolare. Volevo condividere con te alcuni pensieri. Sono stato in università fino a poco fa e sulla via del ritorno ho riflettuto su alcune cose che ti ho detto oggi pomeriggio e vorrei assicurarmi che tu non abbia frainteso le mie parole. Non ti voglio convincere ad accettare l’offerta. Non potrei mai farlo. Certo, sarei felicissimo di averti qui vicino a me. Così tanto che mi impongo di non pensare a questo aspetto, altrimenti lascerei da parte tutta la razionalità e ti costringerei a firmare! Ma non è giusto e non ti posso di certo guidare verso una decisione di questo tipo per egoismo.
Però hai capito che quello che è successo è meraviglioso, vero? Sono certo che tu sia stata travolta da un vortice di paure e che non ti sia presa un po’ di tempo per pensarci. Ecco, io l’ho fatto. Mi sono fermato e ho guardato la situazione dall’esterno. Ma soprattutto ho osservato te. Mi hai detto che non vuoi fare salti nel vuoto ed è giusto così. I problemi si devono affrontare, vanno vissuti fino in fondo, non puoi pensare di superarli se non hai accumulato le energie necessarie. E per trovare la forza dentro di te, devi fare un passo alla volta. Solo a quel punto ti puoi permettere di saltare. Perché uno scatto finale ci deve essere e questo lo sai. E’ sempre così.
So che non accetterai questo lavoro: hai già preso la decisione, lo sento. Ma devi cercare di guardare la proposta con occhi diversi da quelli con cui l’hai guardata finora.
Quelli di chi sa di avere nelle proprie mani il potere di cambiare. Cambiare cosa, dirai? Tutto quello che vuoi. Non potrai mai avere la certezza di riuscirci, ma la consapevolezza è il punto di partenza del cambiamento. Rappresenta il primo di tanti passi.

Nei mesi successivi ho capito quanto questo fosse vero.
Ci sono decisioni da prendere,
strade da percorrere,
sogni da realizzare,
persone da scoprire,
destini da guidare.
Basta fare un passo alla volta.