L’incontro con Ryan, così come altri piccoli segnali di quel periodo, mi avevano portata a vedere tutto sotto una luce diversa: quello che aveva lasciato Stefano non era più un grande vuoto, ma spazio. Spazio da riempire. Ciò che prima appariva come un buco nero scavato nel terreno, mi sembrava ora un piccolo appartamento con i muri bianchi, completamente ristrutturato ma ancora da arredare. Potevo prendermi tutto il tempo che desiderassi per farlo: non c’era fretta, sapevo che non l’avrei abitato a breve, ma volevo farlo a mia immagine e somiglianza. Nel frattempo mi immaginavo mentre ballavo al centro della sala con un bicchiere di vino in mano, oppure seduta in modo scomposto su un divano color verde petrolio. Senza dover rendere conto a nessuno.

vuoto-o-spazioStavo decisamente meglio. Non pensavo di poter provare di nuovo qualcosa per qualcuno. Non più. Credevo di essermi giocata tutto, di aver fatto un all-in sconsiderato e che in qualche modo per questo motivo la vita non mi avrebbe più dato altre possibilità. Avevo trent’anni. Già trenta o solo trenta? Mi sentivo grande e piccola allo stesso tempo, forte e fragile, determinata e piena di dubbi. Vivevo spesso momenti grande slancio in cui mi convincevo che la libertà che avevo conquistato – prima di tutto, mentale – mi potesse portare ovunque.

Ci saremmo visti a Parigi. Avevo promesso a Ryan che mi sarei organizzata per andarlo a trovare. Mi aveva persino detto che non si sarebbe offeso se avessi prenotato un albergo solo per me, leggendomi nel pensiero: non volevo vincoli, mi spaventava l’idea di legarmi a lui, anche solo di cenare nella sua cucina.

Lo consideravo un amico, o comunque un essere umano strano, con cui inspiegabilmente sia la mia testa che il mio corpo erano in sintonia, nonostante non fosse quello a cui aspiravo in quel momento. Non volevo rapporti a distanza, di nessun tipo. Ma avevo deciso di mantenere la promessa e così, due settimane dopo, ero di fronte al citofono del suo palazzo, intenta a comprendere quale fosse la combinazione di tasti corretta per informarlo del mio arrivo e chiedergli di scendere. Non sapeva che mi trovassi a Parigi perché non gli avevo anticipato nulla. Per un attimo avevo pensato che fosse un modo per farmi del male – lo troverò con la sua fidanzata di cui non mi ha mai parlato…magari è partito per il weekend…preferirà uscire con i suoi amici – erano solo alcune delle situazioni che mi ero dipinta nella mente per essere pronta a tutto, eventualmente anche a girare per la città da sola.

Stavo cercando nelle nostre conversazioni su Facebook qualche indizio per capire quale fosse il numero del suo appartamento – ricordavo che mi avesse detto qualcosa in proposito – quando mi sono imbattuta in un messaggio di Stefano di più di un anno prima, che per qualche istante mi ha portata molto lontano da lì. Non ricordavo di averlo ricevuto, nonostante conoscessi ormai a memoria quasi tutti i nostri dialoghi, e leggerlo mi ha catapultata in una dimensione in cui non sapevo come muovermi. Avevo rielaborato tutto e non ero pronta a doverlo fare ancora una volta. Neanche per poche righe.

Senza rendermene conto, ho fatto qualche passo indietro e mi sono seduta sulla panchina del cortile. Di fronte a me alcuni bambini stavano giocando a ping pong con una pallina da tennis e quello che mi sembrava un nonno stava convincendo suo nipote a non mangiare la margherita che aveva raccolto.

Con la testa tra le mani, mi sono chiesta cosa stessi facendo, perché fossi lì e se lo volessi davvero. Avevo seguito l’istinto, di questo ero certa. Ma c’era dell’altro? Perché era bastato così poco per farmi cadere di nuovo? Forse mi serviva altro tempo per dimenticare tutto. Forse non volevo dimenticare, non sarebbe stato possibile, sapevo solo che non volevo vivere momenti come quello. Seguire l’istinto non significa muoversi senza una logica, ma fidarsi delle proprie sensazioni per andare incontro a qualcosa. E quel giorno non riuscivo a capire cosa mi guidasse, perché i segnali non bastavano, quella “storia” non mi aveva mai convinta del tutto, Parigi non era mai stata la città dei miei sogni, quell’arrivo in incognito non era da me, così come non lo era la volontà di mantenere una promessa a tutti i costi. Non ero pronta a percorrere quella strada, perché non la sentivo abbastanza mia.

Ryan era un bravo ragazzo, con il quale indubbiamente condividevo un legame speciale, ma più passava il tempo più mi rendevo conto che di legami speciali – sia con uomini che con donne – ne stavo costruendo tanti. Avevo reagito al dolore aprendo il mio cuore a chi sapevo che non lo avrebbe maltrattato, rischiando di farmi ancora più male. L’amore che stava facendo capolino dentro di me aveva curato la maggior parte delle ferite, rendendomi di giorno in giorno più forte. E questo di per sé era un miracolo, ancora più del fatto di aver incontrato in modo del tutto casuale una persona che mi aveva permesso di capire che non era tutto finito. Che avrei avuto la possibilità di sentire ancora i brividi a fior di pelle. Perché se avevo provato qualcosa per Ryan, sarebbe potuto accadere di nuovo con qualcun altro. Se non mi sentivo completamente a mio agio in quella situazione, era perché avrei dovuto aspettare quella giusta.

Non gli ho mai raccontato nulla di quel viaggio. Ho girato da sola per Parigi per quarantotto ore e quando sono atterrata a Linate ho trovato un suo messaggio. Era tornato in Canada per un problema famigliare. Niente di – troppo – serio, almeno questo mi aveva fatto credere, ma si sarebbe trattenuto lì per un po’. Non mi ha detto fino a quando, né io gliel’ho chiesto, nemmeno nei mesi successivi, fino a quando un giorno ha rotto il silenzio chiedendomi se lo volessi raggiungere in un viaggio in Turchia che stava organizzando per metà giugno. Gli ho detto di sì, che si poteva fare, dopotutto sapevo che mi sarei divertita, ma erano i primi di marzo e giugno mi sembrava incredibilmente lontano per come stavo vivendo le mie giornate in quella fase della vita. Ho deciso che avrei prenotato sotto data.

Non l’ho mai fatto perché in due mesi è cambiato tutto, di nuovo, ma questa volta davvero per sempre.
A cominciare dal lavoro, che già a partire dalla settimana dopo il weekend parigino, ha subito una prima scossa, portandomi lontano da Milano.

Non ho più visto Ryan, che così è rimasto il ragazzo conosciuto a Cuba e incontrato al gate 11 dell’aeroporto di Francoforte, ma anche quello che mi ha lasciato con una certezza che solo qualche mese prima mi sembrava pura follia: mi sarei potuta innamorare di nuovo.